CIBO/STEVE McCURRY

“Noi non ci incontriamo per bere e mangiare, ma per bere e mangiare insieme”

Plutarco

 

La fotografia è una di quelle che si ricordano: ritrae alcuni pescatori cingalesi in equilibrio plastico su pali conficcati nel mare. Uno scatto famoso (e non poteva essere diversamente) firmato Steve McCurry nel 1995 a sud dell’isola di Sri Lanka. A colpire non è unicamente la struttura dell’ immagine con la verticalità dei puntelli che si interseca con la linea orizzontale dei piani; colpisce soprattutto la concentrazione dei soggetti nel loro atto quasi guerresco , la loro tenacia nel mantenere un equilibrio fatto di muscoli e di nervi, il mare gonfio e l’inchiostro del cielo. Sorprende la tecnica con cui questi uomini catturano cibo.

Wadi Hadramaut, Yemen (1999). © Steve McCurry

Cibo è il titolo dell’esposizione di Steve McCurry, voce tra le più autorevoli della fotografia contemporanea, allestita dal 21 settembre fino al prossimo 6 gennaio presso i Musei San Domenico di Forlì nell’ambito del progetto di marketing territoriale “Mostre del Buon Vivere”, curata da Monica Fantini e Fabio Lazzari con il sostegno della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì.

Tagong, Tibet (2000). © Steve McCurry

Ottanta scatti, alcuni dei quali anche inediti, conducono a una gigantesca mensa del mondo attraverso l’America Latina, l’Europa e l’Asia seguendo il ciclo di vita del cibo, sui modi di produrlo, trasformarlo e consumarlo. Ben oltre la dimensione estetica, le fotografie esposte costringono a una riflessione profonda e ad uno sforzo di consapevolezza su come l’elemento necessario all’esistenza sia protagonista in modi così diversi nelle differenti regioni del mondo.

Kabul, Afghanistan (2008). © Steve McCurry

Il cibo raccontato in questa mostra forlivese dal grande fotografo americano è declinato nel suo significato primario, quello che fonda e rinnova i rapporti tra gli esseri umani, i luoghi dove ritrovarsi intorno ad un piatto anche in situazioni di disagio e di guerra. Cibo come esplosione di colori nei mercati, come bellezza della natura al servizio dell’uomo, cibo come vita, come socializzazione, come ponte di conoscenza fra i popoli, come affetto familiare.

Sri Lanka (1995). © Steve McCurry (dettaglio in cover)

Ogni fotografia è il ritratto di una persona o di una intera comunità ed il cibo tenta di spiegare come quella persona e quella comunità percepiscano la realtà in quello specifico momento.

Srinagar, Kashmir (1996). © Steve McCurry

Noi spettatori attraversiamo la mostra con tutti i sensi in allerta trasformando il percorso in esperienza emozionale: la vista è stimolata da vividi colori, l’udito prova a percepire il rumore di un’arancia caduta da un ramo libanese, l’olfatto è colpito dall’odore di erbe appena raccolte nello Yemen, le mani cercano di afferrare un frutto di grandezza irreale maturato sotto il sole asiatico mentre è tutta un’esplosione di gusti e sapori.

Tinguet, Mauritania (1986). © Steve McCurry

Il pane tenuto sotto il braccio di un bambino in Mauritania diventa il punto focale di un’immagine che comunica attesa e interrogativi: chi sono quelle donne coperte con cui si accompagna, come si sono procurate il cibo, dove lo mangeranno insieme a chi …

Che sia il grano raccolto da esili contadine indiane nei campi sovrastati dal Taj Mahal o accatastato sulle spalle di una giovane tibetana sembra non avere alcuna importanza in questa narrazione: McCurry intende raccontare dell’universalità del cibo e della sua potenza, quella che nutre il corpo e scalda il cuore.

D’altra parte il tratto distintivo di quest’artista conosciuto universalmente per l’immagine di Sharbat Gula – la ragazza afgana ritratta in un campo di rifugiati a Pashawar in Pakistan e divenuta protagonista iconica della copertina del National Geographic nel 1985 – è proprio quello di cercare l’universale nel particolare. E questo vale, come sottolineano i curatori della mostra, “sia per le figure che consumano un pasto nella solitudine o nel dolore, sia per i di mercati in cui i pesci, la frutta o le spezie si trasformano in odori, suoni, sapori e partecipazione emotiva a una realtà che, nelle differenze, riporta all’uguaglianza degli esseri umani”.

L’alimento, anche il più povero, diventa quindi espressione di culture legate ai territori, a quanto la terra sia in grado di fornire e l’uomo di elaborare per soddisfare un bisogno semplice e primario.

 

 

 

CIBO/Steve McCurry

 

21 settembre 2019/6 gennaio 2020

 

a cura di Monica Fantini e Fabio Lazzari

 

Musei San Domenico

Forlì

 

mostramccurry.it