JULIAN CHARRIÈRE IN MOSTRA AL MAMBO

Dal 9 giugno all’8 settembre 2019 il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna è lieto di presentare All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere, la prima personale in un’istituzione museale italiana di Julian Charrière (Morges, Svizzera, 1987), artista il cui lavoro mette in comunicazione i campi delle scienze ambientali e della storia della civiltà.

Julian Charrière. All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere. Veduta di allestimento / installation view. MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna. Photo credits Giorgio Bianchi, Comune di Bologna

All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere, curata da Lorenzo Balbi, è visibile nella Sala delle Ciminiere e presenta un’ampia selezione di opere tra fotografie, installazioni, sculture e video che toccano i temi della storia della scienza, dello sviluppo della cultura dei media, del romanticismo dell’esplorazione e della crisi ecologica contemporanea.

Julian Charrière. All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere. Veduta di allestimento / installation view. MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna. Photo credits Giorgio Bianchi, Comune di Bologna (dettaglio in cover)

Da sempre interessato ai processi che si nascondono dietro la produzione di conoscenza scientifica e ai differenti metodi utilizzati per arrivare a una scoperta, con i suoi lavori Charrière cerca di comprendere la storia, guardando al passato per tentare di immaginare come sarà il futuro. Come un archeologo, l’artista scruta nelle vicende trascorse per capire quelle che verranno, mentre riflette sul presente. I suoi progetti sono spesso frutto di un lavoro sul campo in località remote, che presentano profili geofisici forti – vulcani, ghiacciai, siti radioattivi – sempre rivolti verso paesaggi lontani in condizioni estreme. Dalle sue spedizioni intorno al globo, Julian Charrière riesce a far emergere non solo la pura e semplice bellezza della natura, ma anche la vulnerabilità e la frattura tra natura e civiltà.

Julian Charrière, As We Used To Float (2018). Video installazione a canale singolo, video a colori full-HD con audio stereofonico. Durata 6’15” (loop). Formato 16:9 (verticale). Edizione di 5 + 2 AP. Copyright l’artista; VG Bild-Kunst, Bonn, Germania

Nel palesare catastrofi ambientali causate dall’uomo, in luoghi come l’atollo di Bikini nelle Isole Marshall, l’ex sito di test nucleari di Semipalatinsk in Kazakistan, una monocoltura di palma da olio in Indonesia o, più recentemente, le profondità marine, Charrière non vuole mai unicamente sensibilizzare o esprimere un giudizio morale, quanto piuttosto rivelare le forze invisibili che plasmano il paesaggio, dai fenomeni geologici alla sete di risorse dell’era digitale, senza escludere, su un piano più immateriale, le proiezioni culturali con cui l’umanità cambia significato e percezione dei luoghi. In altre parole, per quanto ci affanniamo a saccheggiare la Terra delle sue risorse, a una velocità tale da costringere la scienza a parlare degli ultimi due secoli e mezzo come di un’era geologica a parte, l’Antropocene, il pianeta si riprenderà tutto e saremo dimenticati.

Julian Charrière, Polygon X (2014). Fotografia in bianco e nero di medio formato, con doppia esposizione per l’azione di materiale radioattivo, stampa di pigmenti d’archivio su Photo Rag Baryta, tubo in piombo contenente negativo fotografico e campione radioattivo prelevato sul sito dei test, in provetta sigillata, 150 x 180 cm. Courtesy Dittrich and Schlechtriem Gallery, Berlino. Copyright l’artista; VG Bild-Kunst, Bonn, Germania.

Il percorso espositivo al MAMbo si sviluppa pertanto intorno ai temi dell’effimero, del passare del tempo e dei tentativi del genere umano di dominare l’ambiente naturale.

Julian Charrière, Irojirilik (2016). Film still. Video a colori 4k con audio stereo. Suono di Edward Davenport. Formato 16:9. Durata 21’3” (loop senza soluzione di continuità). Edizione di 5 + 1 AP. Copyright l’artista; VG Bild-Kunst, Bonn, Germania.

Julian Charrière, Irojirilik (2016). Film still. Video a colori 4k con audio stereo. Suono di Edward Davenport. Formato 16:9. Durata 21’3” (loop senza soluzione di continuità). Edizione di 5 + 1 AP. Copyright l’artista; VG Bild-Kunst, Bonn, Germania.

Julian Charrière, Pacific Fiction (2016). 146 noci di cocco in gusci di piombo, cornice d’acciaio. Dimensioni variabili. Courtesy Petra Maria Singh, New York / Galerie Tschudi, Zuoz / Studio Julian Charrière, Berlino.

Entrando nella Sala delle Ciminiere, il pubblico viene condotto su un remoto atollo dell’Oceano Pacifico, dove 70 anni fa si sono verificate 23 delle più potenti esplosioni generate dall’uomo nella storia. Durante questo periodo sono state fatte esplodere bombe atomiche dotate di una resa di fissione combinata di 42.2 megatoni. La potenza di una di esse, “Castle Bravo”, fu in grado di vaporizzare due isole e scavare un enorme cratere di 2000 metri di diametro fuori dalla scogliera primordiale. Quattro lavori – i video Iroojrilik e As We Used to Float e le installazioni Pacific Fiction e All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere che dà il titolo alla mostra – ci conducono alla scoperta di ciò resta oggi di quei test e di quei luoghi, sopra e sotto il livello dell’oceano, mostrando un’eredità destabilizzante fatta di monumenti non intenzionali. Questa serie di opere mette in discussione l’interazione tra le trasformazioni antropogeniche e quelle naturali. Charrière si concentra sullo stesso soggetto anche attraverso fotografie e sculture tratte da questi paradisi tropicali, modificate attraverso il filtro dell’ambiente atomico e dell’ecologia coloniale di Bikini, ad esempio Lost at Sea – Pikini-Fragment, due sculture realizzate con noci di cocco mutate geneticamente e rinvenute nell’atollo.

Julian Charrière, Polygon XII (2014). Fotografia in bianco e nero di medio formato, esposta due volte a materiale radioattivi, stampa di pigmenti d’archivio su Photo Rag Baryta, tubo di piombo contenente negativi fotografici e campioni radioattivi provenienti da zone sperimentali in provette sigillate, 150 x 180 cm. Courtesy Dittrich and Schlechtriem Gallery, Berlino. Copyright l’artista; VG Bild-Kunst, Bonn, Germania.

Proseguendo lungo il percorso, i visitatori vengono trasportati a Semipalatinsk, Kazakistan, in un ex poligono atomico dell’Unione Sovietica. Qui l’artista ha creato il lavoro fotografico Polygon, che documenta il sito e ne mostra la realtà post-atomica cospargendo le pellicole, durante l’esposizione, con particelle contaminate del terreno, una procedura che genera tracce fantasma. Queste malinconiche immagini in bianco e nero testimoniano di un luogo e di un tempo post-apocalittici. Nella stessa area espositiva è visibile il video Somewhere, girato durante i pochi momenti consentiti dal contatore Geiger durante la permanenza nel poligono. Tra queste opere lo spettatore si trova in uno stato di trance meditativa, nell’atmosfera cupa dei test atomici, facendo al contempo riferimento all’estetica del cinema di fantascienza.

Julian Charrière, Somewhere (2014). Video a colori a canale singolo Full HD con audio stereofonico. Suono di by Edward Davenport. Formato 16:9. Durata 16’24”. Edizione di 5 + 2AP.

Julian Charrière, Somewhere (2014). Video a colori a canale singolo Full HD con audio stereofonico. Suono di by Edward Davenport. Formato 16:9. Durata 16’24”. Edizione di 5 + 2AP.

Julian Charrière, Savannah Shed (2016). Calcestruzzo, acciaio, scudo rivelatore, spettrometro a scintillazione, coccodrillo impagliato, 96 x 102 x 251 cm. Collezione privata, Svizzera.

In parallelo ai lavori ambientate in Kazakistan, l’allestimento propone due altre installazioni. Savannah Shed, con la sua struttura, accosta cemento, piombo, uno spettrometro e un coccodrillo, mentre in Somehow They Never Stop Doin What They Always Did affascinanti architetture evocano edifici mitologici. Composte di mattoncini di gesso, fruttosio e lattosio, vengono inumidite con acqua proveniente dai principali fiumi delle grandi civiltà, come il Nilo, l’Eufrate e il Mekong, per poi iniziare a decomporsi. Tali strutture, che richiamano archetipi architettonici quali la torre di Babele, sembrano effettivamente appartenere alla storia.

Julian Charrière, We Are All Astronauts (2013). 11 globi trovati in vetro, plastica, carta (oggetti di recupero) abrasi con carta vetrata composta da sabbie minerali di vari paesi, piano di tavolo sospeso, polvere caduta dalla superficie dei mappamondi. Edizione di 1 + 1 AP. 280 x 280 cm. Copyright l’artista; VG Bild-Kunst, Bonn, Germania

Un’altra grande installazione attira poi l’attenzione: We Are All Astronauts, il cui titolo è ispirato agli scritti di Buckminster Fuller, composta da mappamondi sospesi, privati delle informazioni geografiche. Usando mappamondi prodotti tra il 1890 e il 2011, l’artista ha grattato via i diversi confini geopolitici succedutisi nel tempo tramite una speciale carta abrasiva autoprodotta, creata con campioni di minerali provenienti da tutti i paesi riconosciuti dalle Nazioni Unite. La polvere generata dall’abrasione si deposita delicatamente sotto le sfere, dando vita a nuove cartografie in un mondo sempre più globalizzato in cui i contorni definiti dei territori diventano ancora più inutili.

Julian Charrière, Silent World Saratoga (2019). Stampa a pigmento d’archivio su Hahnemühle Photo Rag Ultra Smooth montata su alluminio Dibond, cornice (ontano), vetro antiriflesso Mirogard, 80 x 120 cm (senza cornice). Courtesy Studio Julian Charrière

Nell’area finale della mostra il visitatore si sposta dietro lo specchio di Narciso. Silent World e Where Waters Meet presentano un regno sottomarino fantasmagorico. Le opere mostrano immagini di subacquei nudi come sospesi nelle profondità di alcuni Cenotes (grotte di origine calcarea) dello Yucatàn, che sembrano fluttuare lentamente, scomparendo in una nuvola sottomarina (conosciuta come chemoclino). La discesa nel silenzio degli abissi evoca numerose allusioni metaforiche.

Julian Charrière, Somehow They Never Stop Doin What They Always Did (2019). Gesso arricchito con nutrienti, campioni d’acqua prelevati dai principali fiumi internazionali, teche in acciaio inossidabile con doppi vetri a clima controllato, 207 x 87,1 x 222,1 cm

In anticipo al percorso, nel foyer del museo, i visitatori hanno un primo indizio di ciò che vedranno con l’installazione video, realizzata da Charrière con Julius von Bismark, In the Real World It Doesn’t Happen That Perfectly. Con questo lavoro, gli artisti hanno tratto in inganno parte del mondo dei media – la CNN, la rete FoxNews, il Daily Mail, per citarne alcuni – diffondendo video di falsi attacchi terroristici nel famoso Arches National Park dello Utah: in un mondo in cui le fake news sui social influenzano pesantemente opinioni e addirittura risultati elettorali, l’opera costituisce una magistrale riflessione su finzione, realtà e verità nei media di oggi.

Julian Charrière. All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere. Veduta di allestimento / installation view. MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna. Photo credits Giorgio Bianchi, Comune di Bologna

Julian Charrière (nato nel 1987 a Morges) è un artista franco – svizzero di base a Berlino. Tra i più interessanti giovani artisti attivi oggi, Charrière è noto per una pratica basata sulla ricerca che spazia tra geologia, biologia, fisica, storia e archeologia. L’artista viaggia spesso recandosi in alcune delle regioni più remote del pianeta per esplorare come la civiltà umana e il paesaggio naturale siano inestricabilmente collegati. Padroneggiando performance, scultura, fotografia e video, il suo lavoro offre un punto d’incontro tra le scienze ambientali e la storia della civiltà. A oggi, la sua opera ha esplorato le concezioni post-romantiche della “natura”, mettendo in scena le tensioni che si creano fra dimensioni temporali profonde, o geologiche, e quelle umane. Ex-allievo di Olafur Eliasson e partecipante dell’Institute for Spatial Experiments, ha presentato le sue opere in numerosi musei ed esposizioni in tutto il mondo, tra cui: Musée Cantonal de Beaux Arts, Losanna; Palais de Tokyo, Parigi; Centre Pompidou, Parigi; Kunsthalle Wien, Vienna; Museo di arte contemporanea, Tokyo; Parasol Unit, Londra; 12a Biennale di Lione; 57a Biennale di Venezia. Il suo lavoro è stato recentemente mostrato in una personale alla Berlinische Galerie di Berlino.

In occasione della mostra, viene pubblicato in italiano per Edizioni MAMbo il libro As We Used to Float, Noi che galleggiavamo. A cavallo fra i generi del diario di viaggio e del saggio critico, il testo di Julian Charrière e Nadim Samman esplora l’atollo di Bikini come spazio della fantasia e del trauma dei test nucleari. Alternando il racconto personale del viaggio, in superficie e sotto il mare, con un’indagine critica della geografia postcoloniale, il libro elabora riflessioni più ampie sui temi del luogo e della soggettività. Queste scaturiscono da una serie di immersioni narrative, che affrontano vari aspetti, dai parametri psicologici ed estetici dell’immersione subacquea a grandi profondità, alla poetica abietta delle navi, fino alla posta in gioco nella creazione di immagini subacquee. Con le sue vivide descrizioni di bunker di calcestruzzo su spiagge di sabbia bianca, della “flotta fantasma” di corazzate della Seconda Guerra Mondiale in rovina, di noci di cocco radioattive, e di molto altro, Noi che galleggiavamo è una storia di mare per i nostri tempi.

 

 

 

 

Julian Charrière

All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere

 

9 giugno – 8 settembre 2019

a cura di Lorenzo Balbi

 

 

MAMbo

 

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