ROY LICHTENSTEIN. MULTIPLE VISIONS

Il MUDEC presenta un grande maestro americano e una delle figure più importanti nell’arte del ventesimo secolo: Roy Lichtenstein approda al Museo delle Culture di Milano con la mostra Roy Lichtenstein. Multiple Visions, visitabile fino all’8 settembre 2019.

Roy Lichtenstein, Sunrise (1965). Litografia offset su carta bianca leggera, 46.5 x 61.8 cm. Collezione privata, Courtesy Sonnabend Gallery, New York. ©Estate of Roy Lichtenstein

La sua arte sofisticata, riconoscibile al primo sguardo e apparentemente facile da comprendere, ha affascinato fin dai primi anni eroici della pop art generazioni di creativi, dalla pittura alla pubblicità, dalla fotografia al design e alla moda e il potere seduttivo che essa esercita sulla cultura visiva contemporanea è ancora molto forte.

Roy Lichtenstein, Brushstroke (1965). Litografia su carta bianca, spessa, liscia, 58.4 x 73.6 cm. Collezione privata, Courtesy Sonnabend Gallery, New York ©Estate of Roy Lichtenstein

In mostra circa 100 opere tra prints anche di grande formato, sculture, arazzi, un’ampia selezione di editions provenienti da prestigiosi musei, istituzioni e collezioni private europee e americane (la Roy Lichtenstein Foundation, la National Gallery of Art di Washington, il Walker Art Center di Minneapolis, la Fondation Carmignac e Ryobi Foundation, Gemini G.E.L. Collection), oltre a video e fotografie.

Roy Lichtenstein, Reflections on Crash (1990). Litografia, serigrafia, rilievo and collage in PVC metallizzato con goffratura su carta Somerset fatta a mano, 150.2 x 190.5 cm. Collection Lex Harding. ©Estate of Roy Lichtenstein

La mostra – che è stata pensata anche per essere ospitata in un museo come il Museo delle Culture, da sempre attento per vocazione ai diversi linguaggi artistici – evidenzia, attraverso una panoramica sui temi e i generi dell’arte di Roy Lichtenstein, come gli elementi di diverse culture confluiscano nel suo lavoro di decostruzione e ricostruzione dell’immagine, e quindi elaborate in chiave pop con il suo linguaggio personalissimo: dalla storia della nascita degli Stati Uniti all’epopea del Far West, dai vernacoli e le espressioni artistiche etnografiche degli indiani d’America alla cultura pop esplosa in seguito all’espansione dell’economia mondiale del secondo dopoguerra, dalla cultura artistica europea delle avanguardie allo spirito contemplativo dei paesaggi orientali.

Roy Lichtenstein, I Love Liberty (1982). Serigrafia su carta Arches 88, 97.5 x 68.8 cm. Collection Lex Harding, ©Estate of Roy Lichtenstein

La fascinazione per la “forma stampata”, cioè la riproduzione meccanica come fonte di ispirazione, che è alla base del lavoro di Roy Lichtenstein e che nella sua pittura viene attuata in un percorso che parte da una copia che viene trasformata in un originale, viene presentata in questa mostra nel suo processo inverso: da un’idea originale a una copia moltiplicata.

Roy Lichtenstein, The Oval Office (1992). Serigrafia su carta Rives, 90.5 x 115.4 cm. Collection Lex Harding, ©Estate of Roy Lichtenstein

Una ricerca che l’artista condusse nel corso di tutta la sua carriera attraverso la stampa e la manifattura, realizzando lavori pensati ad hoc (la realizzazione di una stampa o di una scultura partiva da disegni e studi preparatori, come per i dipinti) e impiegando tecniche e materiali innovativi; una pratica che diventa una forma di espressione artistica e un’estensione della sua visione estetica, costruita metodicamente da Lichtenstein in parallelo alla pittura e di cui la mostra presenta l’evoluzione a partire dai primi lavori degli anni Cinquanta.

 

IL PERCORSO

La mostra è organizzata in un percorso tematico, evidenziando l’evoluzione nel lavoro di Lichtenstein rispetto alla riproducibilità meccanica dell’opera d’arte, di cui è stato forse il più sofisticato interprete, ma illustrandone allo stesso tempo le sue diverse interpretazioni e rappresentazioni formali rispetto ai soggetti trattati: visioni che procedono con costanti riferimenti trans-storici ai mutamenti dei linguaggi artistici.

 

Storia e Vernacoli

Roy Lichtenstein, The Chief (1956). Litografia su diverse carte, tra cui ad alto spessore, liscia color crema e pergamena Basingwerk, 54.4 x 42.8 cm. National Gallery of Art, Washington. Gift of roy and Dorothy Lichtensten, 1996. ©Estate of Roy Lichtenstein

Negli anni ’50 Roy Lichtenstein perfezionò le tecniche di riproduzione meccanica tradizionali come litografia, acquatinta e incisione che aveva appreso a scuola. Con quei primi lavori, che spesso realizzava personalmente, egli non considerava ancora il printmaking come qualcosa di comparabile con la pittura, ma piuttosto un momento scolastico di distrazione. In quell’epoca pre-pop Lichtenstein rivisitava iconografie medievali, reinterpretava opere letterarie americane o dipinti come Washington Crossing the Delaware di Manuel Leutze (c. 1851), ricalcando stili e forme dell’astrattismo europeo e in particolare gli universi di Paul Klee; mescolava il modernismo proveniente dall’Europa con i vernacoli della storia e della cultura americana: gli indiani e il Far West, le scene di vita dei pionieri alla conquista delle terre, gli eroi e i cow-boy. Su questa imagerie Lichtenstein impresse uno stile vagamente favolistico e ironico, che derivò proprio da Picasso, Klee, Ernst. “In un certo senso” affermava Lichtenstein “come Picasso usava elementi africani, l’America usava quelli dei suoi indiani”. Alla fine degli anni ’70, che coincidono con un rinnovato attivismo sociale e politico dei Nativi d’America e con la nascita del movimento Red Power, Lichtenstein ritorna sul tema delle decorazioni e dei motivi dei nativi americani riletti in chiave pop. Utilizza deliberatamente una mescolanza di linguaggi che include stilemi tratti da tutte le popolazioni dei nativi americani, da quelli del nord-ovest a quelli delle pianure del Sud, combinati con segni e simboli inventati, con il proposito di contrapporre un clichè occidentale alla cultura originale degli Indiani d’America.

 

Oggetti

Roy Lichtenstein, Hot Dog (1964). Smalto porcellanato su metallo, 61 x 121.9 cm. The Sonnabend Collection and Antonio Homem. ©Estate of Roy Lichtenstein

La poetica degli oggetti è sicuramente uno dei temi fondanti della pop art. Anche per Lichtenstein gli oggetti di uso quotidiano diventano segni, riprodotti con intenzionale superficialità e con grossolana semplificazione, sono ritratti di “una certa anti-sensibilità che pervade la nostra società”. I primi oggetti pop sono parte di un sistema culturale che, come sottolinea Jean Baudrillard, “sostituisce un ordine sociale di valori e classificazioni a un modo contingente di bisogni e piaceri”. Il colore dell’oggetto diventa nei lavori di Lichtenstein colore-oggetto: a partire dalle serie “Still Life”, l’elemento colore diventa centrale con un suo valore intrinseco e astratto, aldilà dell’oggetto che avvolge. Prediligendo i colori “fondamentali” ed evitando le gradazioni tonali, l’artista ne esalta il carattere percettivo; proprio negli anni ’60, gli studi di cromo-dinamica hanno un ruolo importante nei progetti di industrial design. Nella serie dei “Mirrors” l’artista ha uno scarto concettuale: lo specchio ci appare in realtà come un oggetto-non-oggetto, non ha immagini riflesse e mancando alla sua funzione, diventa un oggetto astratto, uno spazio misterioso, da attraversare, come lo specchio di Alice.

 

Interiors

Roy Lichtenstein, Still Life with Portrait (1974). Litografia e serigrafia con bassorilievo su carta Rives BFK, 120 x 95.4 cm. Collezione privata, Courtesy of Sonnabend Gallery, New York. ©Estate of Roy Lichtenstein

Il tema dell’oggetto ha per Lichtenstein un’estensione in quello degli Interiors, del 1990, che fa riferimento a un gruppo di dipinti di interni, Artist’s Studio Paintings, realizzati da Lichtenstein tra il 1972 e il 1974; in questi lavori più che gli oggetti e gli arredi, gli elementi più importanti erano delle autocitazioni, cioè dipinti appesi alle pareti, che riproducevano opere precedenti dello stesso Lichtenstein. La serie di prints degli Interiors precedette i dipinti con lo stesso soggetto e fu realizzata attraverso una combinazione di diverse tecniche di stampa tra cui litografia, xilografia e serigrafia. Gli ambienti interni e il mobilio hanno sempre interessato Lichtenstein, nei suoi primi lavori pop troviamo bagni, tende, stufe, divani. Negli Interiors Lichtenstein allarga il campo, lavora per superfici piane sulla percezione visiva dello spazio in pittura con uno stile che richiama i disegni degli architetti modernisti, de Stijl in particolare. “Tutti i miei soggetti sono bidimensionali” ricordava Lichtenstein “o quanto meno derivano da fonti bidimensionali. In altre parole, anche quando raffiguro una stanza, sarà l’immagine di una stanza che ho preso da una pubblicità in un elenco del telefono, che è una fonte bidimensionale”. Gli Interiors di Lichtenstein, nelle prints di grandi dimensioni, sono ambienti della vita quotidiana, ma inanimati, inabitabili, moderni interni quasi metafisici.

 

Action comics

Roy Lichtenstein, Crying Girl (1963). Litografia offset su carte leggera biancastra liscia, 45.8 x 61 cm. Collezione privata, Courtesy Sonnabend Gallery, New York. ©Estate of Roy Lichtenstein

Lichtenstein scoprì la visualità bidimensionale dei comics, pilastro della cultura visiva popolare americana, come fonte d’ispirazione e di materiali per la sua arte nel 1961, ma sebbene sia un forte elemento di riconoscibilità della sua arte (con il puntinato tipografico) utilizzò le immagini dei fumetti per pochi anni. Il suo intento era di circoscriverne l’aspetto formale a scapito di quello narrativo, prelevando un singolo fotogramma e ingrandendo l’immagine in fuori scala, imitando “a mano” la tecnica tipografica con cui era stata riprodotta. Lichtenstein era interessato alla forma e all’impatto nella percezione dell’immagine, non al soggetto o all’azione. Il risultato è un’immagine molto più complessa e potente dell’originale. Le prints con i soggetti dei cartoons, dopo quelle ormai distanti del periodo pre-pop, faranno dire all’artista: “quando sono tornato alla grafica ho pensato che fosse “l’idea” del pop. Il pop assomigliava a immagini stampate e rimettere in stampa la stampa delle immagini era intrigante”. Le prime prints, che Lichtenstein pubblicò con Leo Castelli, erano stampe offset, senza testo, usate come poster promozionali, la qualità delle immagini e il colore erano volutamente lasciati un po’ ruvidi, imperfetti, da evocare l’origine mediocremente tipografica. I soggetti di riferimento erano tipi di fumetti maschili (guerra e action, immagine dinamica) e femminili (romance, immagine statica). Al sentimentalismo femminile sono contrapposte immagini di guerra e di violenza tratte dai comics maschili, di una violenza certamente edulcorata dalla finalità artistica, ma che attirarono su Lichtenstein l’accusa di replicare un immaginario machista.

 

La figura femminile

Roy Lichtenstein, Reflections on Minerva (1990). Litografia, serigrafia, rilievo and collage in PVC metallizzato con goffratura su carta Somerset fatta a mano, 106.7 x 131.4 cm. Collezione privata. ©Estate of Roy Lichtenstein

Il tema della rappresentazione della figura femminile nell’arte di Roy Lichtenstein procede in parallelo con le evoluzioni sul tema più generale della donna nel contesto sociale e culturale della società americana tra gli anni ‘60 e gli anni ‘90. Nei primi anni ‘60 la donna è ripresa dalle pubblicità dedicate alla cura del corpo e della casa, è rappresentata come una casalinga felice in un habitat di benessere materiale, in sintonia con gli stereotipi propagati dal contesto sociale e culturale dell’epoca. Successivamente la rappresentazione della donna passa alle immagini piatte e bidimensionali riprese dai cartoons: una donna idealizzata, pop-platonica, secondo i clichè delle novelle illustrate per teen–agers, dipinta quasi sempre come sognante o in balia di “inquietudini esistenziali”. Negli anni ’70 avviene a un cambiamento nella rappresentazione della donna da parte dell’artista americano, a cui non è probabilmente estraneo l’avvento dei movimenti femministi. Fino al 1977 la figura femminile quasi scompare dai suoi lavori, per poi riapparire filtrata dalle visioni che ne avevano avuto i maestri delle avanguardie del Novecento, da Picasso a de Kooning al surrealismo. Le donne riappaiono con immagini da cartoons, che si scorgono solo parzialmente dietro una cortina di riflessi, per diventare tema unico nei lavori del 1994 e 1995 con la serie dei nudi. Qui troviamo donne ritratte in una sfera intima, tra loro, sensuali, che hanno abbandonato l’aura malinconica e sembrano aver sostituito al romanticismo il narcisismo.

 

Paesaggi

Roy Lichtenstein, Landscape with Boats (1996). Litografia e serigrafia su carta per acquarello Lanaquarelle, 89.7 x 165 cm. National Gallery of Art, Washington. Gift of Lee and Ann Fensterstock, 2000. ©Estate of Roy Lichtenstein

Lichtenstein realizza i primi Landscapes insieme agli ultimi fumetti figurativi. Ovviamente fa riferimento a immagini realizzate da altri piuttosto che alla natura: nei templi greci o in tramonti e albe ha voluto riprodurre non la realtà, ma la sua immagine ripresa dagli sfondi dei cartoon. Intorno al tema del paesaggio Lichtenstein inizia la sperimentazione con materiali innovativi nella riproduzione e utilizza il Rowlux, un tipo di plastica lenticolare che suggerisce un’idea di movimento all’osservatore che le gira intorno. “Questi fogli di plastica erano perfetti per il cielo e l’acqua, due elementi che si muovono e cambiano continuamente davanti ai nostri occhi”. Il tema del paesaggio si ripropone ancora nelle sue serie, come in Landscapes Series del 1985. In questi paesaggi, con pennellate di molti colori diversi che mostrano quanto il repertorio cromatico dell’artista rispetto alle prime prints si sia qui arricchito ed evoluto e che creano un’immagine di intricata gestualità espressionista, sono mescolate per la prima volta le pennellate stilizzate tratte dai cartoon con cui l’artista ironizzava sullo “stile action painting” e pennellate “reali”. La visualità intensa di questi paesaggi è antitetica a quelli della serie Chinese Landscape, l’ultima realizzata dall’artista nel 1996. Qui Lichtenstein si ispira ai monotipi e ai paesaggi a pastello di Edgar Degas, che aveva visto al Metropolitan Museum e alle riproduzioni nei numerosi libri da lui acquistati su questo argomento. Le atmosfere rarefatte del paesaggismo orientale, montagne, cielo, acqua, nuvole e orizzonti sono catturate e enfatizzate dall’artista attraverso una complessa composizione di “benday dots” (puntini tipografici), il cui impiego raggiunge in queste opere forse il punto più alto della sua ricerca formale.

 

Astrazione

Roy Lichtenstein, Profile Head (1988). Bronzo dipinto e patinato, 93 x 57.2 x 24.1 cm. Private Collection ©Estate of Roy Lichtenstein; Photography Rob McKeever.

A parte alcuni tentativi di esplorazione dell’astrattismo della fine degli anni ’50, presto abbandonati, coerentemente con lo spirito pop più che all’astrazione come genere pittorico Lichtenstein è interessato a una sua rappresentazione parodistica. A partire dal 1965 crea alcuni Brushstrokes, opere che riproducono come soggetto isolato una pennellata, gesto archetipico e simbolo romantico della pittura, e ne fornisce, congelando la fluidità del segno, una versione aggiornata ed ironica: il gesto espressionista astratto si trasforma nel suo opposto, un clichè industriale. Dopo aver affrontato il tema della pennellata nei Brushtrokes degli anni ‘60, Lichtenstein vi torna nuovamente negli anni ‘80 modificando profondamente il suo stile. La pennellata “congelata” si espande e si moltiplica in un segno scomposto, con cui affronta temi d’ispirazione classica come la natura morta e il paesaggio, o reinterpreta opere di grandi maestri, da Van Gogh a de Kooning. Pennellate virtuali e reali sono combinate in un unico lavoro. Le sculture in bronzo ed in legno che Lichtenstein realizza negli anni ‘80 sul medesimo tema sono il tentativo di rendere tangibile un’idea dandole un peso reale, cioè “dare forma solida a ciò che è invece un gesto momentaneo, di solidificare qualcosa di effimero”. Nella serie Imperfect, realizzata da Lichtenstein verso la metà degli anni ’80, l’artista riflette sull’astrazione geometrica pura. I lavori sono costituiti da campiture piatte e intersezioni di linee che fuoriescono dal rettangolo della cornice e alludono alla tridimensionalità. “L’idea è che la linea si può iniziare ovunque per poi seguirla e disegnare tutte le forme nel quadro. Mi interessava questa idea perché sembrava un modo di fare un quadro astratto completamente privo di scopo”.

 

Maestri del Novecento

Roy Lichtenstein, The Couple (1980). Xilografia con goffratura su carta Arches Cover, 101.9 x 91.3 cm. The Roy Lichtenstein Foundation Collection. ©Estate of Roy Lichtenstein

A partire dal 1963 Lichtenstein inizia a reinterpretare, basandosi sempre su riproduzioni a stampa, temi tipici e maestri delle avanguardie del Novecento. Non si tratta di un mero citazionismo o della volontà di reinterpretare l’arte del passato ma di una sua decostruzione e rilettura stilistica che riconduce l’immagine ad una dimensione contemporanea. Se nelle prime opere con questo taglio Lichtenstein propone un rifacimento di un’opera precisa, come nelle Cattedrali di Rouen di Monet, nelle opere riferite all’Espressionismo o al Surrealismo intende ricostruire uno stile e non un soggetto o un dipinto in particolare. L’arte delle avanguardie moderne non costituisce per Lichtenstein una tradizione impegnativa, un tracciato che sia necessario seguire ma è alla stregua di un oggetto, uno strumento di cui disporre liberamente fino a farne strumento di un gioco linguistico e creativo totalmente rinnovato e “anestetizzante”. “Stavo facendo vignette e altre immagini commerciali e semplicemente mi è venuto in mente che potevo fare un Picasso, farne qualcosa di semplice, da poter utilizzare più o meno nello stesso modo in cui si possono usare gli oggetti dell’arte popolare”. In questo atteggiamento ludico Lichtenstein fa da apripista a quella complessa fase dell’ultimo scorcio del XX secolo che prenderà corpo nel Postmodernismo. Originalità, coinvolgimento fisico ed esistenziale dell’autore, unicità e irripetibilità del gesto dell’artista-creatore, erano concetti che Lichtenstein non condivideva e che rappresentano anche alcuni dei bersagli che il postmodernismo trova nell’arte moderna e cerca di smontare. Con la sua “ricreazione” Lichtenstein annunciava che si stava vivendo un’epoca in cui la storia eroica dell’evoluzione dell’arte moderna da Van Gogh e Monet a Picasso e all’Action Painting era un capitolo chiuso.

 

Roy Lichtenstein. Multiple Visions è curata da Gianni Mercurio, studioso di Lichtenstein da oltre vent’anni. Mercurio ha curato, tra l’altro, la mostra e il relativo volume “Roy Lichtenstein. Meditations on Art”, Milano, Fondazione La Triennale, 2010, e poi (col titolo “Kunst als Motiv”) Colonia, Museum Ludwig, 2011.

 

 

Roy Lichtenstein

Multiple Visions

 

1º maggio/8 settembre 2019

 

 

MUDEC

Museo delle Culture di Milano

Via Tortona, 56

Milano

 

 

www.mudec.it

 

Cover: Roy Lichtenstein, Crying Girl (1963). Litografia offset su carte leggera biancastra liscia, 45.8 x 61 cm. Collezione privata, Courtesy Sonnabend Gallery, New York. ©Estate of Roy Lichtenstein (dettaglio)