The Krug Concert

Mi è capitato solo due volte nella vita di vivere un’emozione tale da stravolgere completamente i parametri che determinano le mie passioni. La prima fu quando mi trasferii da Milano in Umbria. Era il 1982, non ero ancora maggiorenne, e di musica non ne capivo molto. Mi piaceva, ascoltavo perlopiù gruppi rock, ma le mie lacune erano enormi. Avevo altre prerogative e non avevo idea di cosa fosse, per esempio, la musica jazz. Ma in quell’anno, e nei successivi tre, l’Umbria mi offrì la possibilità di assistere a straordinari concerti di grandi nomi del jazz. Quella musica era affascinante, ma non mi resi affatto conto della sua importanza fino a quando un’amica, molto più esperta di me, arrivò a casa mia con un vinile sotto il braccio: la copertina era bianca, al centro l’immagine in bianco e nero di un artista riccioluto. Quel disco era The Köln Concert di Keith Jarrett. La puntina si appoggiò delicatamente sul solco. Iniziò una melodia di poche note. Ricordo di aver provato un’emozione lacerante. Il mio animo fu rapito in pochi istanti. La fluidità era irresistibile, l’armonia dell’improvvisazione celestiale, l’intensità di alcuni passaggi ti trasportava altrove. Ascoltai in silenzio le quattro parti dell’opera. Ricordo di aver pianto, di essermi sentito catapultato in un mondo di straordinaria emotività, di cui non avrei potuto mai più fare a meno.

Da allora ho riascoltato quel disco centinaia di volte e ho ricercato per anni la stessa inimitabile suggestione che generava.
Una decina di anni dopo capitò di nuovo. Questa volta la musica non c’entrava, o forse sì. Avevo iniziato il mio percorso di esperienze nel mondo del vino. Diventavo ogni giorno più esperto, degustavo in continuazione etichette italiane e straniere. Il palato si concentrava nel ricercare finezza, complessità, identità, qualità. Poi un giorno mi innamorai perdutamente degli Champagne. Quanta armonia in quei vini, quanta perfezione e nobiltà. Pensavo di aver capito tutto della Champagne. Ma in realtà non avevo compreso nulla.
Una sera di molti anni fa assaggiai per la prima volta una bottiglia di Krug Grande Cuvée. E tutto cambiò, come mi accadde per The Köln Concert.
Non è una questione di tecnica della degustazione. Quel liquido divino andava oltre i miei riferimenti stilistici. Una complessità stratosferica s’intrecciava a una semplicità lineare. La sua purezza, la sua identità, la sua naturale capacità di trasmettere grazia e autenticità a ogni istante. Non si può rimanere se stessi dopo un’emozione del genere, non si può guardare il mondo con gli stessi occhi.

Krug, uve nereQuel capolavoro fu pensato e realizzato da un signore che si chiamava Joseph Krug. E ogni anno la Maison ripropone fedelmente il sogno di quell’uomo, ovvero andare oltre i limiti imposti dalla natura, assecondando solo quelli dell’animo e della passione.
Sono certo che Krug Grande Cuvée sia l’archetipo inimitabile di un mondo straordinario che è, senza ombra di dubbio, la Champagne. Ma mi sono sempre chiesto cosa ci sia in realtà di nascosto, di occultato e inafferrabile che rende unico un prodotto già di per sé eccezionale.

Poche settimane fa ho visitato la sede di Krug a Reims. The Krug House è un edificio magnificente e discreto. Ho parlato con i protagonisti odierni della Maison, Eric Lebel, Olivier Krug, con tutto lo staff intento a lavorare all’ultimo capolavoro, Krug Grande Cuvée 172ème Édition. È difficile comprendere cosa provino questi uomini e queste donne che ogni anno si investono della responsabilità di regalarci l’alchimia onirica di Joseph. Ma alla fine ci riescono sempre, scegliendo da oltre 400 vini di base (250 dell’anno e 150 vini di riserva, alcuni dei quali possono avere anche 16 anni alle spalle). Se creare uno champagne rispondesse a precise regole matematiche, non sarebbe così difficile, basterebbe applicare la formula, e il gioco è fatto.
Ma non è così. La miscelazione di tanti vini diversi non risponde a nessuna norma preordinata. “Ogni anno ci proponiamo di realizzare un nuovo capolavoro, una fusione di tanti vini diversi che sappiano incarnare tante individualità e illustrare quanta diversità c’è in ogni regione della Champagne”. Le parole sono di Olivier Krug, che nelle stanze della House omonima è nato e cresciuto. Ambienti che oggi vedono all’opera lo Chef de Cave Eric Lebel e il suo team. “Krug ha una storia di rottura nella creazione di uno Champagne. Noi ci concentriamo sull’origine di ogni vino e quando ricreiamo Krug Grande Cuvée offriamo la massima espressione dello Champagne” ci racconta Eric.

Possiamo allora affermare che Krug Grande Cuvée è il DNA della Champagne? Non mi sento in grado di stabilirlo, anche se probabilmente è così.
Di una cosa però sono assolutamente certo, anzi due. La prima è che da quel lontano 1843 in cui Joseph Krug iniziò a prendere appunti in un taccuino color ciliegia la realtà della Champagne è cambiata per sempre.
La seconda, invece, è più personale. Quando mi accorgo che il mondo che mi circonda è diventato troppo squilibrato, aberrante e dozzinale, per non impazzire ho solo una cura dettata dal mio immane desiderio di bellezza ed emotività: ascoltare The Köln Concert sorseggiando una bottiglia di Krug. In religiosa solitudine.