BOMBAY SAPPHIRE: IL GIRO DEL MONDO IN UNA BOTTIGLIA DI GIN

Da Laverstoke in Inghilterra e ritorno, volando dalla Toscana a Giava, dal Marocco al Vietnam, dal Ghana alla Spagna, Ivano Tonutti, il maestro di botaniche che tutte le distillerie vorrebbero avere con sé, trascorre gran parte della sua vita a viaggiare per il mondo e a selezionare le migliori erbe, piante e spezie che rendono unico il Bombay Sapphire. Basta una gita nella storica distilleria dell’Hampshire per comprenderlo. E per capire quanto sia complesso creare un gin di alta qualità. Quindi toccare, annusare e persino mordere le 10 botanicals dalla cui infusione si ottiene il Bombay.

La maison di Laverstoke ne è così fiera che ha fatto erigere una spettacolare Glass House, una serra divisa in due, una parte dal clima interno tropicale, l’altra mediterranea, così che il visitatore possa compiere anch’egli un ideale giro intorno al mondo alla scoperta non solo della liquirizia proveniente dalla Cina, o del profumatissimo ginepro toscano, ma anche delle deliziose bacche di pepe Cubebe, assolutamente da assaggiare in purezza, o ancora i Grani del Paradiso provenienti dal Ghana e la radice di Angelica che si trova in Sassonia. All’appello manca solamente l’acqua cristallina del Lago Vyrnwy, in Galles.

La nostra visita alla distilleria prosegue guidati dall’incontenibile bartender Sam Carter, brand ambassador della maison, con l’assaggio dei singoli prodotti, il vecchio e caro London Dry Gin, confezionato ancora nella bottiglia trasparente e ottenuto con otto botanicals, l’iconico Sapphire, l’esotico Sapphire East e, infine, l’ultima creazione di Tonutti e della sua squadra, il super premium Star of Bombay, che deve la sua unicità tra l’altro alla combinazione di ben 12 botaniche. Un gin che insieme può cambiare il carattere di qualsiasi cocktail classico ed essere apprezzato liscio o on the rocks.

 

A Laverstoke si producono oltre 160 mila bottiglie al giorno, con soli 15 dipendenti. Oggi è quasi tutto automatizzato, tranne i processi più delicati, come il controllo e l’assaggio del prodotto, che avviene quattro volte al giorno (a cominciare dalle 9 del mattino, perché due ore dopo il risveglio i nostri sensi sono attivi), per opere di uomini con naso e palato finissimo, e il tasting per il taglio della testa e della coda. Neppure qui sono ammessi errori. L’equilibrio perfetto del gin dipende da questo. Si potrebbe persino, quindi, azzardare, che la produzione milioni di bottiglie dipenda in gran parte da una manciata di uomini. Una piccola squadra dove ognuno porta il contributo della sua alta competenza, a cominciare da Ivano Tonutti e dove ognuno ha la responsabilità del risultato finale.

Ma la masterclass per i visitatori di Laverstoke prosegue, anzi giunge al suo momento più atteso, quello della mixology. Al matrimonio tra i gin Bombay e gli altri spirits. Dal Martini Riserva Speciale Rubino, al ST. Germain, persino con uno scotch single malt. Il Mill Bar della distilleria propone un cocktail menù di dieci drink originali, quante sono le botanicals del Sapphire. L’ultimo entrato in carta è The Laverstoke, una regale coppa dello “Zaffiro” con, oltre al Bombay, Martini Rosso, ST Germain, succo di limone, Fever-Tree allo zenzero, fette di zenzero e un mazzetto di menta. Ma Sam Carter è capace di andare anche oltre e ci prepara, servito in una magnifica coppa limited edition creata dalla designer Nicole Farhi, un Twice Twisted Star Martini, un cocktail memorabile e insieme essenziale con Bombay Sapphire, tonica al cetriolo, Martini Rosato e buccia d’arancia.

Siamo comunque tentati dal passare in rassegna la carta per intero, scambiandoci i bicchieri l’un l’altro e testare i drink solo con un sorso, un rito inevitabile per non finire distesi ai piedi del bancone a sognare il prossimo giro del mondo.

 

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