Ao Yun, “volare sopra le nuvole” e i vigneti della Cina

A volte l’unico modo per apprendere ciò che è nuovo è abbandonare le proprie convinzioni. Anni di degustazione di vini da viticultura eroica, prodotti in vigne che raggiungono la nota “quota mille” ci hanno spinto inevitabilmente a ritenere che oltre i 1000 metri sul livello del mare la vite non abbia l’habitat ideale per generare e far maturare l’uva. Questo fino a pochi giorni fa, quando anche il significato stesso della parola “altitudine” in viticultura si è scardinato.

In un remoto angolo della Cina nascosto tra le montagne dell’Himalaya, nella contrada di Deqin appartenente alla provincia nordoccidentale dello Yunnan, dove sorge la leggendaria città di Shangri-Là, la visionaria Moët Hennessy anni fa ha portato le viti. Siamo tra i 2.200 e i 2.600 metri di altezza, dove il corpo umano stesso fatica a prendere il ritmo del respiro. Qui nei suggestivi villaggi di Adong, Xidang Sinong e Shuori, proprio ai piedi del tempio della montagna sacra di Meili, nasce Ao Yun. Un progetto iniziato nel 2009, quando il Presidente del gruppo vinicolo Moët Hennessy Jean-Guillaume Prats incaricò il Dr. Tony Jordan, direttore dell’australiana Cloudy Bay, di trovare il terroir perfetto per produrre un vino di eccellenza di stile bordolese in Cina. L’esplorazione parte dal Bejing, per poi andare a Taigu oltre la Grande Muraglia, dove già dal 1997 produce Grace Vineyards, ma i venti provenienti dalla Mongolia sono ritenuti troppo freddi. Così si va a esplorare Ningxia Hui, ma qui il territorio è più adatto allo chardonnay, così nel 2013 Chandon China inizia a produrre in questa provincia i suoi primi sparkling cinesi.

Nella ricerca del terroir per fare un grande rosso si arriva al confine più occidentale del Tibet, ma non è un’area stabile dal punto di vista socio politico così si arriva al confine più a sud del Tibet, nell’ultimo lembo di Cina attaccato al nord dell’India, dove si trova un altipiano sorprendente a oltre 2.200 metri di altezza, dove il suolo è ricco di grafite.

Per Moët & Hennessy non si tratta solo di piantare gli 11 ettari di vigna, ma di portare tutte le attrezzature, costruire la cantina di Adong e rifornirla con l’elettricità e internet. La prima vendemmia del 2013 è un susseguirsi d’imprevisti: senza elettricità di portata sufficiente per la pigiadiraspatrice, tutto viene fatto a mano e, diversamente dai piani, la prima fermentazione e la malolattica avviene in anfore di ceramica, per un ritardo causato da una disavventura del trasportatore incaricato della consegna delle botti di rovere francese per la vinificazione a causa di un incidente stradale proprio durante il trasporto. A capo del progetto agronomico e produttivo c’è il talentuoso enologo francese Maxence Dulou, che si è trasferito in questo eremo tibetano ai piedi dell’Himalaya con la famiglia, affrontando in primis le difficoltà di comunicazione che prevedono un doppio passaggio di traduzione tra francese e cinese, e tra cinese e dialetto locale tibetano. Ma il luogo è di una magnificenza indefinibile e le 320 parcelle piantate per il 90% a Cabernet Sauvignon e 10% a Cabernet Franc crescono esposte a una grande luce e in un clima freddo in assenza di umidità, con temperature piuttosto basse che portano a 160 giorni il periodo dalla fioritura alla maturità dei grappoli, quando si parla solitamente di 100 giorni alla vendemmia.

 

Il nome scelto per il vino è Ao Yun che significa “volare sopra le nuvole” e indubbiamente si tratta di un progetto visionario. In Italia è stata appena presentata l’annata 2014, frutto di vigne ancora giovani e di tecniche di gestione del vigneto non ancora ottimizzate. Ma queste primordiali espressioni sono stupefacenti e mirabili se si pensa a quanto la mente umana è andata oltre, nello sfidare le convinzioni che la viticultura europea, e francese in particolare, ha costruito in secoli di prestigiosa storia.

Ao Yun 2014 è un vino caratterizzato in maniera consistente dal varietale, che nel calice profondamente scuro eppure brillante, rivela un profilo aromatico balsamico e speziato, fondato sulle note del peperone verde e della menta, con spunti di tabacco e radice di liquirizia e una materia che al palato apre al frutto scuro del cassis, al ginepro e a sfumature rocciose di grafite ed ebanisteria.

Un vino che è già leggenda ma che ha tutte le premesse per entrare nel mito.