Sono passati oramai troppi anni da quando incontrai per la prima volta Andrea Franchetti. Me lo descrivevano come un folle visionario e le sue prime parole, che riportai fedelmente nel mio resoconto, furono: “voglio semplicemente fare il vino più buono del mondo”. Si esprimeva con un curioso dialetto anglo-toscano a bordo del suo fuoristrada mentre ballonzolavamo tra una vigna e l’altra. La mia intervista in quel di Sarteano proseguì spedita durante una giornata difficile da dimenticare. “La prima volta che giunsi nella Val d’Orcia mi colpì la luce secca e accecante nell’aria” e da queste parti Andrea Franchetti ci arrivò quasi per caso alla fine degli anni ottanta. “Ho sempre vissuto di eccessi” ci confidò “ho lasciato la scuola presto, ho girato il mondo, ho avuto tante esperienze, poi nei primi anni ottanta mi sono trasferito a New York e ho incominciato ad importare in America vini italiani”. La storia della famiglia Franchetti ha origini fin dal ‘600: mercanti, banchieri, mecenati, artisti. Ma Trinoro era e rimane semplicemente Andrea Franchetti: “alla fine degli anni ottanta andai a Bordeaux a vedere come si faceva il vino” con il pensiero per quella tenuta in Val d’Orcia di cui si era innamorato. “Imparai le tecniche e alla fine mi decisi a fare i primi impianti a Trinoro”. La scelta fu di piantare Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot. “Il terreno era un conglomerato di creta e roccia, cominciai l’impianto nelle zone più sciolte: un metro per un metro”. Concentrazione, diradamento, basse rese, tutte parole che per i contadini di allora avevano un significato quasi eretico: “Usai le selezioni clonali dell’istituto di Blancfort, quelle a chicchi più piccoli oltre a selezioni massiali molto vecchie che tradizionalmente davano il miglior risultato in certi Chateaux delle Graves e di St. Emilion”.

Il resto è storia. I vini di Andrea Franchetti hanno segnato un’epoca e sono diventati oggetto del desiderio per appassionati e collezionisti. Ma in quella giornata lontana nel tempo c’è un ricordo più intenso degli altri. Dopo visita, degustazione e interviste varie, Andrea Franchetti si aprì a una convivialità vera, chiedendomi di sedere alla sua tavola. “C’est le patron qui fait le vin” ci disse orgoglioso Andrea mentre ci incamminammo lungo la stradina che portava ad un’austera casa colonica in cima alla collina. Entrammo nella grande cucina al pian terreno: l’impressione fu di violare un’intimità profonda di cui Andrea era geloso. Una cuocona nerboruta ci cucinò un fantastico pollo arrosto che Andrea volle accompagnare con una magnum di Cabernet Franc in purezza: “è il vino della casa, questo non lo vendo di sicuro”. Non scorderò mai l’intensità, la freschezza e la genuinità di quel nettare meraviglioso, tanto che costrinsi Andrea a darmene un paio di bottiglie da portare via. Apprezzò la forzatura, lo stupore che provai per quel Cabernet Franc era veramente sincero.

In tutti questi anni ho sempre considerato il Cabernet Franc “il vero vino di Andrea”, benché qualcuno, ne sono certo, possa, e a ragione, storcere il naso.

Ma è così, in fondo. La vera anima di un vino va oltre gli elementi materiali (e riscontrabili da tutti) che lo caratterizzano. C’è una parte immateriale che è del tutto personale, che può rendere un eccellente vino semplicemente unico e indimenticabile. E’ un istante, un sentimento penetrante che non ti lascerà mai. E poi ricerchi per tutta la vita quel momento, quella gioia irrefrenabile.

 

 

Oggi Tenuta di Trinoro produce (e vende…) tre cru di Cabernet Franc in purezza: pochissimi esemplari che Andrea Franchetti ha voluto che vivessero ciascuno di luce propria per rispettarne l’unicità. Non possiamo che esserne felici. “Anno dopo anno ho capito come il vino di ciascun Campo sia più interessante singolarmente di qualsiasi suo assemblaggio”: il percorso di Andrea Franchetti è stato per sottrazione con l’obiettivo di mettere in luce il carattere di questi straordinari fazzoletti di terra.

Nel 2014 nascono i tre “Campi” che dimostrano come si possa declinare la grande espressività del Cabernet Franc e ottenere tre vini meravigliosamente differenti e tutti assolutamente necessari. “È questo il futuro del vino di eccellenza, identificare territori dalle caratteristiche originali e farne vini unici, uguali di anno in anno solo a sé stessi”.

Ma “… oggi non è così, ci sembra di sognare, uniti e spensierati in nome dell’amore per il vino. Le ore passano, i bicchieri aumentano, ma l’atmosfera quasi spirituale che ci siamo costruiti assaggio dopo assaggio svanisce di colpo all’odioso squillo di un telefonino: il molesto scampanellio ci riporta sulla terra, è tempo di riprendere la strada di casa e di salutare Andrea. Lo lasciamo solo nel suo monastero con la promessa di rivederci presto”.