I TESORI DI PIACENZA

Andare a pranzo in un ristorante di cui hai sentito parlare un gran bene può diventare un’opportunità per scoprire un territorio antico, ricco di arte e di storia, trasformando quella giornata in una data da ricordare per quello che hai potuto conoscere e per le persone che hai potuto incontrare. Scrivere di ristoranti e di alberghi è appagante: viaggi parecchio, incontri persone dalle vite incredibili, assaggi piatti buonissimi che in alcuni casi potrai contribuire a migliorare, ma poi ti chiedi se oltre alla tavola conosci davvero quei luoghi. I territori vanno vissuti profondamente e troppo spesso non ne abbiamo il tempo. Non di rado la capacità di un territorio di raccontarsi è vincolata a quanto i suoi protagonisti sono capaci di collaborare insieme a una meta comune, lavorando congiuntamente al di là dei propri obiettivi personali, come negli ultimi anni sta accadendo a Piacenza.

La visita a Palazzo Farnese è totalizzante. Quella che era un’importante residenza nobiliare è mutata in un polo culturale che vive un nuovo Rinascimento, grazie a un’intensa attività di mostre ed eventi, fortemente voluta dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo. Aree dell’enorme palazzo ritrovate, mai rese disponibili prima e opere riposte da decenni nei depositi, sono finalmente fruibili al pubblico. Quelle sale mettono in evidenza percorsi culturali di primissimo livello, che raccontano le connessioni con l’arte e la storia di un passato nobile che affonda le sue radici attraverso sette secoli, avvicinando il turista ma anche i piacentini. I lavori per erigere il monumentale edificio, iniziarono nel 1558 sulla Cittadella Viscontea del Trecento, ma il progetto non piaceva a Margherita d’Austria, moglie di Ottavio Farnese, che invitò il talentuoso architetto Jacopo Barozzi ad occuparsene. Il Vignola accetterà l’incarico insieme al figlio, pensando ad ardite soluzioni e alla creazione di un grande teatro nell’area cortiliva, che però non vedrà mai la luce, mentre Margherita diviene governatrice della Fiandre, spostando la sua attenzione altrove. Nei decenni che seguirono il cantiere venne aperto e chiuso più volte, ma fu terminata la grandiosa cappella ducale al primo piano terminata nel 1602, riservata alle cerimonie religiose della famiglia Farnese, dove spicca la firma dell’architetto vignolese ricca di simbolismi, dal liocorno emblema di purezza e immortalità, alla stella di mare, dalla serie di testuggini poste sotto gli archi, metafora di diligenza, virtù, industriosità e perspicacia, all’onnipresente iris simbolo di riconoscimento della casata.

Palazzo Farnese, esterno

Passano i secoli e dopo i fasti della corte Farnese, il palazzo dovrà fare i conti con il declino, preda di spogliazioni e saccheggi, da parte dei Borboni e di Napoleone, divenendo infine una caserma. Dopo la seconda guerra mondiale fu adibito ad alloggio per gli sfollati, ma finalmente negli anni settanta iniziarono gli importanti lavori di risanamento che nel 1976 confluirono nell’apertura dell’Archivio di Stato e dal 1988 in poi nell’insediamento dei Musei Civici. Oggi questo gioiello restituito, rinasce attraverso inediti e suggestivi percorsi come la mostra ‘Farnese Segreto’ appena conclusa, che svela spazi mai aperti al pubblico fino ad ora, tra cui gli appartamenti della duchessa e quelli del duca, con i cunicoli, le scalette segrete che li collegavano, i guardaroba, le alcove, iniziando il visitatore alle stanze sotterranee dove si conserva una delle collezioni di carrozze più importanti d’Italia e dove un tempo si trovavano il bagno della duchessa e quello delle damigelle.

Museo delle Carrozze (Musei Civici di Palazzo Farnese)

Terminata l’ascesa della suggestiva scala a chiocciola si raggiunge l’ultimo piano dove vi erano gli alloggi della corte, oggi sede dell’Archivio di Stato. La mostra si sposta al piano nobile con la visita all’appartamento dorato abitato dalla duchessa Maria d’Este moglie di Ranuccio II Farnese, oggi pinacoteca, le opere del fertile artista fiammingo Robert De Longe, piacentino di adozione, particolarmente abile nella realizzazione di pale sacre, di cui si potranno ammirare anche sette ovali provenienti dai depositi, proseguendo con le tele del pittore fiorentino Sebastiano Galeotti, considerato tra i principali artisti del tardo barocco italiano.

Scala a chiocciola

Gli eventi di rilievo si susseguono nel monumentale palazzo incompiuto che nasconde al suo interno tesori inestimabili come ‘il fegato etrusco’ conservato nella sezione archeologica, un fegato di ovino con iscrizioni etrusche, impiegato dai sacerdoti aruspici per le divinazioni, che risale al I secolo a.C. e venne rinvenuto nelle campagne piacentine nel 1877.

Fegato etrusco

Ma anche una scacchiera del II secolo d.C. in terracotta, l’iconica scala a chiocciola e il tondo di Botticelli, che ritrae la Vergine in adorazione del bambino Gesù alla presenza di San Giovanni ancora fanciullo. Da non perdere la mostra ‘Rubens a Piacenza’ e l’enorme tela capolavoro dell’artista, che racconta il mito di Romolo e Remo, giunta dai Musei Capitolini di Roma. E ancora la mostra ‘Tesori danteschi a Piacenza’, nella quale ammirare il Codice Landiano del 1336: frammenti, incunaboli, cinquecentine e soprattutto l’antiquissimus, il manoscritto più antico che si conosca della Divina Commedia di Dante, a cui è dedicata una sala. Itinerari che ti scuotono profondamente e ti inducono a mettere l’arte, la storia, la letteratura, al primo posto tra le tue priorità.

Tondo di Botticelli

La visita a Palazzo Farnese è un inizio di spessore che invita a riversarsi tra le vie e le piazze dell’antica cittadina romana sorta sulle rive del fiume Po’, crocevia di viaggiatori, poeti ed eserciti, capace di incuriosire anche Leonardo. Leggiamo in una lettera di fine ‘400 raccolta nel codice Atlantico: “Piacenza è terra di passo”. Tanto fu l’attrazione del Genio per questi luoghi, che si propose per realizzare le porte in bronzo del Duomo, senza però concretizzare mai l’accordo.

Mosaico, Palazzo Farnese

Esplorare Piacenza non può prescindere dal Duomo, appunto, con gli affreschi del Guercino che ne illuminano la cupola e quelli del Pordenone posti nella Basilica di Santa Maria di Campagna, proseguendo alla volta della Galleria Alberoni, per ammirare l’Ecce Homo di Antonello da Messina e la Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi con le opere di Boccioni, Mancini, Fattori. E ancora Piazza Cavalli con la rappresentazione scultorea di Alessandro Farnese e suo figlio Ranuccio, ad opera del toscano Francesco Mochi nel 1612, insieme alla Chiesa di Sant’Antonino patrono della città, la Sala dei Teatini, le Chiese di San Savino e San Sisto.

S. Galeotti, F. Natali (quadrature prospettiche), Zefiro e Flora

Ma questa è anche terra di cucina sopraffina, con una solida gastronomia tipicamente emiliana, benché il confine con la Lombardia sia a pochi passi. I salumi regnano sovrani con le tre DOP salame, coppa e pancetta, con cui farcire le focaccine tipiche burtleina o chissulein, mentre tra i primi piatti vanno assaggiati i Pisaréi e Fasö, gnocchetti con fagioli, pomodoro, lardo o pancetta; i tortelli con la coda, gli anolini ripieni di stracotto o parmigiano. Tra i secondi la tradizionale pìcula ‘d caval, a base di carne macinata di cavallo da servire con la polenta, lo stracotto, le lumache e fra i dessert il latte in piedi, i Busslanein e i Turtlitt ripieni di mostarda. Piacenza in questi anni ha saputo delineare una propria identità gastronomica, attingendo alla cultura tradizionale ma proponendo nuove vie che ne rileggono i dogmi. Chi non ricorda l’Osteria del Teatro, insegna stellata di notevole livello, dove si alternarono Georges Cogny e Filippo Chiappini Dattilo, proponendo una cucina elegante e territoriale dai rimandi francesi? E non solo: a pochi minuti di auto a Bilegno, c’è Isa Mazzocchi, patron del ristorante stellato La Palta, che nel 2021 ha ricevuto dalla Michelin il premio speciale Chef Donna. Senza dimenticare il Nido del Picchio a Carpaneto Piacentino, con lo chef Daniele Repetti, anch’esso stellato e i tre Bib Gourmand, i ristoranti segnalati dalla Guida Michelin che propongono un menù con il miglior rapporto qualità prezzo, come l’Antica Trattoria Cattivelli di Monticelli, la Locanda Cacciatori di Ponte dell’olio e il Caffè Grande di Rivergaro.

Guardare al proprio passato è il primo passo per investire su ciò che ci attende e quale miglior modo che recuperare una specialità che andava scomparendo come il ‘batarò’, una focaccina croccante fuori e tenera dentro tipica della Val Tidone. Uno street-food antico che era quasi scomparso, da farcire con formaggi e salumi piacentini, che oggi si può gustare a Piacenza da PuntoG, mentre sul fronte del dolce non mancano le suggestioni di livello. In città c’è Falicetto, una delle migliori cioccolaterie d’Italia, a cui da qualche anno si è aggiunto anche il servizio bar, dove Aldo Scaglia originario di Alba, laureato più volte campione del mondo con il suo boero, realizza delizie al cioccolato straordinarie, come lo Sgranfgnòn, il Piacerino e il Bacio di dama (pezzatura maxi): a lui si deve la creazione di un cioccolatino davvero oltre le convenzioni che prevede un riuscito connubio tra cioccolato e pancetta tipica piacentina.

 

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falicetto.it

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Photo credits Comune di Piacenza