ISRAELE: UN CALICE NEL DESERTO

Mi emoziona molto scrivere di Israele, devo confessarlo. È la mia terra promessa, quel viaggio che ho segnato in agenda da ormai diversi anni, quella scritta che trionfa sul mio braccio destro in un tatuaggio in ebraico: amore, אהבה
Il primo approccio che ho avuto con questa terra ha riguardato il vino, una bottiglia di Shiraz che mi è stata regalata da un amico di Haifa quasi 15 anni fa. In ebraico, sull’etichetta, una frase: “L’uomo è come il vino, dipende dalla terra in cui cresce”.
Oltre quelle parole il contenuto ha destato in me un subitaneo interesse. Un liquido color rubino che mi ha stregato per la sua intensità, per quello scorrere vellutato sul palato lasciando dietro di sé il calore del sole, l’arido del deserto rinfrescato dalla salsedine poco distante. Insieme a Guy Haran, esperto di vini e fondatore di Vinspiration, è stato bello scoprire un po’ di più del territorio israeliano e dei suoi vini, così perfetti per una cucina fatta di spezie, vegetali e piatti da condividere. “Qualcuno potrebbe dire che l’originalità senza restrizioni è parte della tradizione israeliana. Abbiamo un sacco di storia antica da un lato e allo stesso tempo l’innovazione e la tecnologia agricola sono un fattore importante in Israele. Attualmente stiamo modellando l’identità del vino israeliano godendo, al contempo, di un terroir diversificato di alta qualità che include diversi tipi di suolo e clima”.


Già nella Genesi troviamo il racconto dei primi vigneti ma fu sul finire dell’Ottocento che, grazie all’intuizione del barone francese Edmond James de Rothschild, in Israele nacque una vera e propria cultura imprenditoriale legata al mondo del vino. Il barone investì molti dei suoi averi nella cittadina di Zichron Ya’akov (all’epoca chiamata Zammarin), acquistando numerosi terreni e, su questi, fondò nel 1882 la Carmel Winery, una delle cantine più importanti e antiche del Paese, nata dall’importazione di vitigni francesi. Nel giro di poco più di un secolo da questa cittadina israeliana nacque una rete di produttori autoctoni che oggi conta un’industria da 65 milioni di bottiglie e di circa 400 aziende vitivinicole.

Le aree più note per la produzione del vino sono il Golan, la Galilea, la Samaria, Samson, le colline della Giudea e il deserto del Negev, complice un forte sviluppo tecnologico che ha permesso di portare vita anche in una zona estremamente arida. Questo grande miscuglio di climi e regioni permette di coltivare varietà molto diverse tra loro in un paese relativamente piccolo, siano queste autoctone o classiche (Cabernet, Carignan e Merlot tra le tante). È di certo il Marawi, o Hamdani, il vitigno bianco 100% israeliano che Guy Haran racconta così:  “Le uve sono antiche e sono state utilizzate dai romani; d’altra parte, l’uso di queste uve in Israele è piuttosto recente e non ci sono troppe informazioni. Le uve vengono coltivate principalmente sulle colline della Giudea, vicino a Gerusalemme, in un vigneto senza irrigazione. Si ottiene un vino dal colore limpido, con media intensità, dagli aromi principalmente agrumati, gessosi, floreali. Sono vini che tendono ad invecchiare in botti vecchie, da 500 litri, che donano al sorso un carattere intenso e affumicato. Produce solitamente vino secco con una acidità non invasiva e molto piacevole alla beva che ricorda, se dobbiamo trovare una somiglianza, il macabeo spagnolo” .

Così come la cucina kosher ha determinate regole, ugualmente si può dire per certe pratiche vitivinicole che hanno finalmente sfatato il mito di creare vini di bassa qualità. Complici i premi ottenuti da vini kosher si può asserire che questa pratica regala vini di grande qualità e spessore.
Ma in cosa consiste?
In primo luogo, le uve devono essere coltivate secondo la tradizione ebraica, che contiene al suo interno intuizioni agricole accumulate nel corso di migliaia di anni, con l’obiettivo di migliorare costantemente territorio e prodotti. Basti pensare alla legge di Shmita (l’ultimo anno di un ciclo di sette, la terra deve rimanere incolta per permetterne il riposo e il rinnovo dei nutrienti) o alle uve che sono consentite alla lavorazione vinicola solo a partire dal quarto anno, considerato il fatto che i primi tre anni non producono vino di buona qualità.
Il secondo aspetto del vino kosher riguarda la persona che entra in contatto con il vino fino all’imbottigliamento. L’Halacha (la legge ebraica) stabilisce che chiunque tocchi il vino deve essere un ebreo praticante e rispettoso delle regole dello Shabath

Regole che sono dettate da religione, storia e buonsenso, vini in grado di soddisfare ogni genere di indulgenza, territori da scoprire e di cui innamorarsi. Che sia Israele la nuova frontiera del turismo enogastronomico?
Probabilmente si, per ora L’chaim!

 

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