Dal 25 settembre al 24 gennaio Firenze ospita una mostra dedicata alle sculture spezzate, dall’antico Egitto all’arte di oggi: oltre ottanta opere che raccontano cosa resta dopo guerre, rivoluzioni e calamità.
Una testa senza corpo, un piede di bronzo strappato a un monumento, una bocca di pietra di pochi centimetri: sono queste le protagoniste di Broken. Il potere del frammento, la mostra che Palazzo Strozzi dedica alla scultura spezzata, nata insieme alla National Gallery of Art di Washington, dove arriverà la prossima primavera con un allestimento diverso.
Un frammento è quello che resta quando qualcosa si interrompe. Una statua non si rompe da sola, perché dietro ogni crepa c’è sempre un fatto preciso: un terremoto, un’alluvione, un esercito che entra in città, una folla che decide di abbattere un simbolo. Per questo un pezzo di marmo mutilo racconta più di quanto sembri, visto che conserva la bellezza di ciò che era insieme al segno di ciò che lo ha colpito. Molte opere antiche sono arrivate fino a noi così, incomplete, ma è proprio da quei resti che abbiamo imparato a conoscere intere civiltà.
Le opere sono oltre ottanta, arrivano da più di sessanta prestatori e coprono circa 4.300 anni, da un torso scolpito in Mesopotamia intorno al 2300 a.C. fino agli artisti di oggi. Accanto a reperti egizi, greci, etruschi, romani, asiatici, africani e precolombiani ci sono maestri come Giovanni Pisano, Michelangelo, Canova e Rodin, insieme a contemporanei come Louise Bourgeois, Robert Gober, Francesco Vezzoli e Danh Vo. Nel cortile del Palazzo l’artista olandese Mark Manders ha allestito Silent Studio, un’installazione pensata come uno studio temporaneo all’aperto.
Il percorso segue i motivi per cui una scultura si rompe. C’è il mare, che ha consumato per metà il ragazzo accovacciato ripescato dal relitto di Anticitera, ci sono le distruzioni politiche, come quella del busto di Mussolini di Adolfo Wildt forato dai colpi dei partigiani, ci sono poi le guerre, il saccheggio coloniale. Le ultime sale raccontano chi i frammenti li ha rimessi insieme o li ha creati di proposito, dagli scultori del Cinquecento che montavano teste antiche su corpi nuovi fino a Rodin e agli artisti di oggi.
Non è un caso che una mostra così arrivi a Firenze, da sempre simbolo di arte e cultura, proprio nell’anno in cui la città ricorda i sessant’anni dall’alluvione, quando acqua e fango invasero chiese, biblioteche e musei, rovinando dipinti, sculture e migliaia di libri. Il Cristo portacroce del Museo di San Marco esposto in mostra, porta ancora i segni di quell’acqua e ricorda che il patrimonio di una città vive anche grazie alle persone che lo hanno salvato.
L’idea che una statua rotta abbia una forza tutta sua non è nuova. All’inizio del Quattrocento il diplomatico bizantino Manuele Crisolora, in visita a Roma, scriveva che le statue antiche erano belle da intere ma lo restavano anche spezzate. Negli stessi anni gli aztechi andavano oltre e rompevano di proposito alcune sculture per farne offerte, perché per loro rompere e creare erano quasi la stessa cosa.
Tra le opere in mostra i curatori ne hanno scelte sette per rendere più completo il racconto.
È l’opera più piccola della mostra: poco più di otto centimetri di calcare con il naso e le labbra del faraone che regnò in Egitto tra il 1353 e il 1336 a.C. circa. Akhenaton aveva imposto il culto del disco solare, ma dopo la sua morte la riforma fu abbandonata e molte sue statue vennero distrutte per cancellarne il ricordo. Vista da sola, senza il resto del volto, la bocca lascia apprezzare la cura con cui è stata scolpita.
Questa figura in arenaria della civiltà huasteca, del 200 d.C. circa, è stata trovata nel 2005 in Messico dentro una vasca alimentata da una sorgente, insieme ad altre offerte spezzate. Sulle spalle ha cinquantadue cicatrici, tante quanti erano gli anni del ciclo del calendario mesoamericano. Fu rotta di proposito e poi nascosta con cura sott’acqua, ma ancora oggi nessuno sa perché.
Di una Pietà scolpita tra il 1380 e il 1400 sono rimaste solo le teste di Maria e di Cristo. La scultura ha superato due incendi, l’ultimo nel 1945 nel bunker di Berlino dove erano stati messi al sicuro i capolavori dei musei della città. I frammenti furono portati a Mosca e restituiti alla Germania Est nel 1958, mentre dei corpi non si è più saputo nulla.
Nel Bozzetto di nudo femminile in terracotta, del 1533 circa, il braccio sinistro è spezzato. Sull’altro braccio invece si vedono le impronte delle dita di Michelangelo, che lo aveva modellato apposta perché finisse lì. La figura quindi era stata pensata fin dall’inizio per sembrare un frammento.
Il piede sinistro in bronzo è quello che resta della statua equestre del re che stava in Place Vendôme a Parigi, abbattuta il 12 agosto 1792 durante la Rivoluzione francese. Secondo i curatori lo stesso gesto può essere raccontato come distruzione o come liberazione, a seconda di chi scrive la storia.
La scultrice polacca, sopravvissuta all’Olocausto e poi trasferita a Parigi, realizzò Filozof nel 1965. È una testa enorme in bilico su una gamba sottile, un ritratto poco rassicurante dell’intellettuale maschio che mostra come nel Novecento gli artisti abbiano usato il corpo a pezzi per parlare della violenza del secolo.
Danh Vo è nato in Vietnam nel 1975 e a quattro anni fuggì con la famiglia su una barca di fortuna, finché una nave danese li soccorse. In meat cables, del 2021, ha fatto a pezzi un Cupido del Cinquecento per chiuderlo in una valigia Rimowa insieme a un marmo romano. La valigia di lusso fa pensare a come la ricchezza sposti da un posto all’altro le opere d’arte, spesso insieme alle persone.
Davanti a una statua rotta viene spontaneo chiedersi cosa le sia successo e poi il pensiero va a chi quella rottura l’ha vissuta. Le teste della Pietà scampate all’incendio di un bunker a Berlino e i gessi di Canova colpiti dalle bombe della Prima guerra mondiale fanno pensare alle persone che avevano quelle opere davanti agli occhi ogni giorno e che hanno visto arrivare la distruzione. In mostra c’è anche una storia di riparazione, quella di una figura funeraria neoittita distrutta durante la Seconda guerra mondiale e rimessa insieme partendo da oltre novecento frammenti. Il restauro è durato dal 2001 al 2010 ma oggi la statua è di nuovo intera: forse è questo il messaggio più semplice che Broken lascia a chi la visita.
Photo credits: Ela Bialkowska OKNO studio