Vincent Chaperon, Chef de Cave di Dom Pérignon, descrive la visione della Maison come una spirale, un movimento continuo che mette in relazione passato, presente e futuro. La nuova campagna creativa rilegge proprio questa immagine, riaffermando il dialogo tra eredità e avanguardia che da sempre definisce Dom Pérignon. Ed è nel segno di questa continuità mutevole che arrivano quattro nuove uscite, una delle presentazioni più ampie della storia recente della Maison: il Vintage 2017, ultimo millesimo nato sotto l’orbita del precedente Chef de Cave; il Vintage 2018, la prima annata concepita interamente da Vincent Chaperon; la rilettura verticale del Dom Pérignon 2008 in Plénitude 2; infine il Rosé 2010, frutto di una lunga ricerca sui Pinot Noir vinificati in rosso.
Dom Pérignon – Hautvillers (Photo credits James Bort)
L’inizio del nuovo millennio ha radicalmente trasformato il paradigma produttivo in Champagne: riscaldamento globale, irregolarità meteorologica, necessità di una viticoltura sostenibile priva di erbicidi e fertilizzanti sistemici. Il 2003 resta lo spartiacque climatico che ha costretto tutta la regione – e Dom Pérignon in modo particolare – a ripensare l’approccio per ridefinire la propria identità. Da allora la Maison si è confrontata con annate sempre più estreme, che hanno stimolato una ricerca estetica radicale. “Siamo molto forti nelle annate difficili” sottolinea Chaperon, grazie alla libertà di selezionare le uve su un patrimonio viticolo di Grand e Premier Cru che sfiora i 900 ettari. Ma la vera rivoluzione inizia nel 2008, quando Dom Pérignon sceglie di spingere verso una vinificazione sempre più parcellizzata, inseguendo un ideale di armonia non come equilibrio statico, ma come dinamismo interno ai vini. Per definire il proprio stile, Chaperon parla di “armonia”, “ideale estetico” e “singolarità”. E l’assemblage diventa il luogo in cui si confrontano intuizione artistica, tecnica rigorosa, tempo e libertà creativa. In quest’ottica anche il dosaggio e l’intero processo di affinamento assumono un ruolo decisivo, perché partecipano alla creazione dell’identità gustativa del vino.
Vincent Chaperon (Photo credits Alex Majoli)
Vincent Chaperon ha iniziato a lavorare in Maison nel 1995. I suoi primi 20 anni sono stati principalmente incentrati sulla comprensione e l’appropriazione dell’eredità, la storia, la visione, l’estetica e la produzione di Dom Pérignon. Uno dei cambiamenti più profondi che ha introdotto riguarda la degustazione dei vin clair. “Stiamo smettendo di odorare” afferma, “e andiamo direttamente alla gustativa”. Il gesto può sembrare provocatorio, ma racchiude un’idea precisa: nella Champagne contemporanea è la tessitura a determinare la vera personalità di un vino. Così il concetto di “tattile” diventa centrale: si analizzano volume, tocco, forma, morbidezza, peso, densità e grana. È una grammatica nuova, che nasce dallo studio della maturità delle uve, dalle rese più basse, da quindici anni senza erbicidi e da un vigneto che oggi esprime biodiversità e sostanza. Più maturità non significa meno freschezza: significa piuttosto più fenolici estraibili, amari delicati, densità naturale e possibilità di adottare dosaggi sempre più contenuti. Da qui nasce l’impressione di modernità che caratterizza i Dom Pérignon di oggi.
Photo credits James Bort
A supporto di questo approccio la Maison ha creato una “cantina pilota”, struttura ibrida tra laboratorio e cuverie, dove vengono testate micro-vinificazioni, portinnesti resilienti e nuovi ceppi di lieviti selezionati tra il 2005 e il 2010. È un luogo dove lo spazio della sperimentazione diventa metodo, dove il futuro viene osservato attraverso prove continue sulla materia prima. Chaperon accenna anche a un progetto ancora riservato, “che unisce spazio e tempo”, legato intimamente alla storia del marchio. “Sono solo cinque anni che guido la Maison”, osserva, “e forse me ne serviranno dieci: Richard Geoffroy ne ha impiegati venticinque per definire il concetto di Plénitude”.
Dom Pérignon – Hautvillers (Photo credits James Bort)
In Champagne, l’accostamento tra 2017 e 2018 racconta due modi opposti di interpretare il clima, la vigna e la tecnica. Due vendemmie consecutive che sembrano appartenere a decenni diversi, distanti per andamento meteorologico, sanità delle uve e stile dei vini base. La prima segnata dalle fragilità, la seconda dalla pienezza, entrambe decisive per comprendere l’evoluzione contemporanea del vigneto champenois. La 2017 è stata una delle vendemmie più difficili dell’ultimo quindicennio. Le gelate di aprile, seguite da un’estate irregolare, hanno creato condizioni precarie. A metà agosto l’esplosione della botrite ha colpito duramente il Pinot Noir, soprattutto nella Montagne de Reims sud e nella Vallée de la Marne. La vendemmia, iniziata il 17 agosto, ha richiesto selezioni drastiche. Solo pochissime Maison – tra cui Dom Pérignon – hanno potuto dichiarare il millesimo grazie a un lavoro di precisione estrema. La 2018, al contrario, rappresenta quasi un ideale agronomico: inverno piovoso, primavera calda ma regolare, estate stabile e secca. Le uve erano sane, mature, generose. La vendemmia, partita il 20 agosto, si è svolta sotto un cielo perfetto, favorita da un soleggiamento superiore del 25% alla media. Un’annata ampia, solare, orizzontale, definita dallo stesso Vincent Chaperon come “tattile”, perché capace di diffondersi in modo pieno sul palato. Due estremi che raccontano la Champagne nella sua natura più profonda: la capacità di trasformare una sfida e una promessa in due identità stilistiche antitetiche ma complementari.
Cover: Vincent Chaperon Photo credits Alex Majoli