A volte non è difficile accorgersi di un sottile fil rouge che collega fatti, eventi, luoghi e persone. Nel nostro caso l’intreccio parte da Torino, sede della Sagna S.p.A., passa dalla Borgogna per le cantine della Maison Faiveley e arriva da noi a Milano, precisamente al Ceresio 7. Questo intreccio invisibile (ma evidente) parla di raffinatezza, nobiltà, compostezza, superiorità. In una sola parola, classe.
L’occasione è imperdibile, nell’ariosa e luminosa (anche di notte…) ambientazione del Ceresio di Elio Sironi (che di classe ne ha da vendere): un breve ma intenso excursus di alcuni dei migliori Cru di Faiveley. Una Maison così caratterizzata che difficilmente la vedremmo nel listino di un altro importatore se non in quello di Sagna: medesime e indiscutibili le affinità elettive tra di loro. Ad accompagnarci in questo prezioso viaggio ovviamente Massimo Sagna e il figlio Leonardo, che ci presentano Jérôme Flous, winemaker della Maison, e Carl-Stéphane Cercellier, export manager.
Il tema è, apparentemente, l’annata 2016, visto che il piacevolissimo incontro mette soprattutto in luce la dinamica realtà odierna di una Maison storica a conduzione familiare giunta alla settima generazione. Ma oggi l’azienda guidata da Eve ed Erwan Faiveley, è molto di più di una delle più storiche aziende della Côte d’Or. Faiveley ha ben 122 ettari di vigneti, tutti di proprietà, il che la rende unica per due motivi: il primo, che non ci sono aziende private di queste dimensioni in Borgogna e quindi la caratteristica la colloca in maniera quasi “monopolistica” tra i grandi négociant e i piccoli vigneron. La seconda, che l’opportunità di avere tra le mani un patrimonio così abbondante e variegato di vigne, garantisce “indipendenza” e autonomia nelle scelte produttive, anche in occasione di annate meno felici (non rare in Borgogna).
Ed è proprio questo aspetto che ha portato qualche anno fa in azienda Jérôme Flous, con il preciso intento di dare una svolta allo stile dei vini di Faiveley, un tempo forse ancorati a concetti produttivi troppo rigidi e tradizionali. Oggi, invece, le etichette della Maison condividono un’anima precisa e certamente più contemporanea: vini pronti, dinamici e moderni, pur rispettando i capisaldi di una terra straordinaria come la Borgogna, ovvero quella “classe infinita” che solo qui il Pinot Noir e lo Chardonnay sanno raggiungere.
Sorvoliamo sul fatto che da Faiveley si praticano oramai da tempo metodologie rispettose della terra e dell’ambiente (una litania che lasciamo a chi ha poco da raccontare oltre la sua “svolta green”) e ci concentriamo sull’unico ed emozionante fattore che alla fine conta qualcosa, al di là della poesia e degli inutili eufemismi fini a se è stessi: la qualità del vino.
La nostra degustazione ha riguardato il Pinot Nero attraverso sette etichette, sette piccoli capolavori di ricerca del senso profondo di una terra che da un metro all’altro cambia identità. Vini che ci hanno impressionato per perfezione stilistica, profondità, originalità, stoffa, ma soprattutto freschezza, comunicabilità, agilità. Ecco cosa significa interpretare la “contemporaneità”: vivere il proprio presente, ricordando il passato e sapendo di avere la fortuna di farlo in una terra come la Borgogna. E ricercare, ogni giorno, le infinite sfumature e i linguaggi più idonei per raccontarlo al mondo.