Svolto sulla Strada del Renibbio e, quasi all’improvviso, la campagna cambia ritmo. Davanti a me si apre uno scenario bucolico di rara bellezza, dove la quiete sembra dialogare con la brezza che arriva dal mare, muovendo lentamente le fronde degli alberi e accompagnando il cinguettio delle cinciallegre. È una di quelle atmosfere nelle quali il tempo pare rallentare e il paesaggio, più che mostrarsi, si lascia ascoltare. Sono nel cuore dell’Agro Pontino, nella campagna di Terracina, tra montagne e mare, ulivi e filari di vite. Distese di Chardonnay e Merlot si alternano ai prati destinati al sovescio, appena fresati, il cui profumo si mescola a quello dell’uva e al lavoro incessante delle api, che qui trovano materia per un prezioso millefiori. È in questo paesaggio, apparentemente quieto ma intriso di storia e fatica, che si nasconde Cantina Sant’Andrea, azienda vitivinicola del basso Lazio appartenente alla famiglia Pandolfo.
La famiglia Pandolfo
La storia dei Pandolfo, a ben guardare, sembra scritta per il cinema. Alla fine dell’Ottocento gli antenati della famiglia iniziano a coltivare la vite a Pantelleria, la selvaggia isola siciliana sospesa tra Africa ed Europa, piantando soprattutto Zibibbo. Poi arriva una nuova occasione, una di quelle che cambiano per sempre il destino di una famiglia: la possibilità di trasferirsi in Tunisia e ottenere terre da coltivare. I Pandolfo attraversano così il Mediterraneo e ricominciano da capo sulla costa magrebina. Il ramo paterno continua a fare ciò che sa fare meglio: coltivare la vite. A Khanguet Gare, nel difficile ambiente tunisino, bisogna fare i conti soprattutto con l’acqua e con la necessità di garantire l’irrigazione alle giovani barbatelle appena messe a dimora. Il ramo materno, invece, porta con sé un’altra tradizione siciliana: quella della pasticceria. A Tunisi nasce una pasticceria con gelateria di impronta tipicamente siciliana che, in breve tempo, conquista la città. Poi arrivano la prima cantina, le prime vinificazioni, i primi risultati. La produzione cresce e il vino dei Pandolfo comincia ad attraversare nuovamente il Mediterraneo, questa volta per raggiungere la Francia. La famiglia sembra aver trovato il proprio equilibrio tra terra, impresa e futuro.
Ma la storia, come spesso accade, decide di cambiare improvvisamente copione. È la primavera del 1964 quando la Tunisia decreta l’esproprio delle terre e delle proprietà appartenenti agli stranieri. Per i Pandolfo è il momento di lasciare tutto. Non è una fuga precipitosa, ma poco ci manca. Gabriele, allora appena quattordicenne, assiste alla madre Elena mentre sceglie cosa portare con sé. Nei tre container messi a disposizione trovano posto mobili, argenteria e persino il pianoforte tanto caro alla famiglia. Ma tra gli oggetti che attraversano il Mediterraneo ce ne sono alcuni destinati a diventare molto più importanti di qualsiasi ricordo: le barbatelle dei vigneti.
Prima Napoli, poi Latina. Dopo un breve periodo trascorso nel campo profughi, i Pandolfo arrivano nella campagna di Terracina e si stabiliscono nel podere numero 1720 di via Renibbio. Un piccolo fazzoletto di terra è tutto ciò che hanno per ricominciare. E ricominciano dalla vite.
Quelle barbatelle salvate dalla Tunisia vengono piantate nella nuova terra. La prima vendemmia arriva nel 1968. All’inizio il vino viene venduto ai vicini e agli abitanti della zona. Poi, però, bisogna trovare il modo di farsi conoscere anche dal grande bacino romano. Ed è qui che la storia dei Pandolfo incontra una piccola, geniale intuizione. Al posto delle insegne arrivano le botti. I Pandolfo chiedono la disponibilità ai proprietari delle case lungo la strada e posizionano piccoli barili di castagno come una sorta di segnaletica rurale per indicare la presenza dell’azienda. Un’idea semplice, quasi ingenua, che nel tempo diventa il simbolo stesso della cantina. Tanto che la Strada del Renibbio comincia a essere chiamata da tutti la “Via delle botti”. Oggi quelle botti continuano a raccontare quella storia e danno il nome anche all’agriturismo della famiglia: Seguire le Botti.
Entro in questo luogo con la sensazione che il passato non sia mai veramente passato. Lo ritrovo nelle cinque camere, arredate con mobili artigianali in massello di rovere, robusti e caldi come le botti che hanno accompagnato la crescita dell’azienda. Lo ritrovo nel giardino, un piccolo mondo dove convivono essenze autoctone e tropicali, ulivi e vigneti, mentre oche e galline si muovono liberamente tra la vegetazione. È un luogo nel quale fermarsi significa inevitabilmente rallentare. E qui la campagna entra anche nella cucina. La “cucina del territorio” dell’executive chef Pasquale Minciguerra e della sua brigata racconta un Lazio autentico, fatto di materie prime locali e piatti profondamente identitari. Non una cucina costruita per stupire, ma una cucina che cerca di ricordare da dove vengono le cose. È la stessa filosofia che ritrovo parlando con Gabriele Pandolfo. Da cinquant’anni è impegnato nella crescita dell’azienda, ma la sua idea di sviluppo è lontana anni luce dall’ostentazione. “No alla macchina nuova, sì a un altro trattore o all’acquisto della terra del vicino”. In questa frase c’è probabilmente molto più di una semplice scelta imprenditoriale. C’è una filosofia di vita: la convinzione che il vero patrimonio di un’azienda agricola non sia ciò che si vede, ma la terra che si riesce ad aggiungere, curare e tramandare.
Gabriele, quel ragazzino di quattordici anni arrivato dalla Tunisia, ha contribuito a trasformare quel piccolo fazzoletto di terra in un’impresa agricola importante. Oggi la famiglia Pandolfo possiede 105 ettari, dei quali circa cinquanta costituiscono la vigna storica intorno all’azienda, nel cuore della Circeo Doc.
Andrea Pandolfo
Gabriele continua a occuparsi dei vigneti. Il figlio Andrea segue invece la cantina, affiancato da una squadra di operai indiani provenienti dal Punjab. Anche questa è una fotografia dell’Italia agricola contemporanea: storie che arrivano da lontano e che finiscono per incontrarsi, lavorando insieme nella stessa terra.
Cantina Sant’Andrea oggi produce circa un milione di bottiglie l’anno e il 40 per cento della produzione raggiunge il mercato statunitense. Ma dentro questa crescita produttiva rimane un legame con la storia familiare. L’azienda produce infatti anche vino kosher, seguendo una tradizione che risale alla Tunisia, quando il padre di Gabriele vendeva il vino alla comunità ebraica di Tunisi. La produzione avviene sotto il rigoroso controllo rabbinico, nel rispetto delle prescrizioni della tradizione ebraica.
La vite, qui, non è mai soltanto una coltura. È memoria. Le vigne vengono coltivate combinando tecniche francesi e italiane, scegliendo il terreno in funzione del vitigno. Le zone pianeggianti, caratterizzate da terreni sabbiosi, sono destinate soprattutto alle uve bianche; i terreni collinari, più ricchi di argilla, accolgono invece i vitigni a bacca rossa.
Poi c’è Campo Soriano. E qui il paesaggio cambia ancora.
Ci arrivo quasi come se stessi entrando in un’altra dimensione dell’Agro Pontino. È un altopiano carsico protetto dai Monti Ausoni, affacciato sulla Riviera di Ulisse, un luogo ancora sorprendentemente poco conosciuto al grande pubblico. Le quote superano i 350 metri e il paesaggio assume una fisionomia aspra, brulla e rossastra. A dominare sono le rocce carsiche, gli hum, forme geologiche che emergono dal terreno come giganteschi relitti di un tempo remoto. E proprio qui, tra pietra e terra, la famiglia Pandolfo ha scelto di coltivare i suoi vigneti eroici. Quattordici ettari nei quali i filari di Moscato di Terracina Doc, Aleatico e Cesanese si insinuano tra le rocce, talvolta quasi arrampicandosi su di esse. Qui la vendemmia non conosce scorciatoie: l’uva viene raccolta rigorosamente a mano. È un lavoro difficile, condizionato dalla natura, dalla scarsità d’acqua, dalla conformazione del terreno e, negli ultimi anni, anche dalla presenza sempre più invasiva dei cinghiali. Ma è proprio da questa difficoltà che nasce qualcosa di unico. Mi fermo ai piedi della grande roccia simbolo di Campo Soriano e guardo il paesaggio. È inevitabile che i pensieri tornino indietro. Penso a quando queste terre erano ancora acquitrini. A quanto lavoro sia stato necessario per trasformare un territorio difficile in uno dei cuori agricoli più importanti del Lazio. Penso alle generazioni che hanno scavato, piantato, raccolto, rischiato. E penso a quanto l’agricoltura italiana continui a essere, prima ancora che un settore economico, una straordinaria forma di appartenenza.
In questo luogo quella appartenenza ha il volto dei Pandolfo. Ha il volto di Andrea, che ha studiato alla Bocconi di Milano e che, prima di trovare una camera in affitto, racconta di aver persino dormito sotto un ponte. Penso alla sua tesi di laurea sulla gestione delle piccole e medie imprese. Per due mesi girò l’Italia intervistando alcuni protagonisti dell’imprenditoria vitivinicola italiana: Marcello Ceretto, Angelo Gaja, Paolo Bolla, Alberto Tasca, José Rallo e altri esponenti di importanti famiglie del vino. Un incredibile e splendido manifesto dell’imprenditoria italiana. E, mentre osservo il paesaggio, mi convinco che è il vino la scorciatoia per raccontarlo, non solo qui, ma anche in buona parte del nostro meraviglioso Bel Paese.
All’agriturismo la sommelier Cristina Rodighiero mi prepara un “Americano a Terracina”: un terzo di bitter locale, un terzo di vermut prodotto dall’azienda e un terzo di vino Aleatico. Un cocktail che sembra racchiudere, nel bicchiere, la stessa contaminazione mediterranea che attraversa la storia della famiglia. Poi arriva l’Oppidum, Moscato di Terracina Doc secco. Profumatissimo. Elegante. Intrigante. Un vino nel quale il gioco tra profumi e gusto accompagna una carrellata di formaggi d’autore preparati dallo chef Pasquale Minciguerra: il Blu Valcomino di Casa Lawrence, erborinato intenso e raffinato; il Nero d’Amaseno del Caseificio Ponte di Legno, stagionato di bufala; il Provolone Recco, affinato nel basso Lazio; e i caprini di Monte Jugo.
Assaggio, osservo, ascolto.
Per qualche minuto nessuno ha fretta. Andrea è seduto poco distante da me. Lo guardo e ho la sensazione che, in qualche modo, stia osservando quello stesso paesaggio con occhi diversi dai miei. Per lui non è soltanto una bella campagna. È il luogo nel quale una storia iniziata molto lontano ha trovato finalmente una casa. Poi, quasi sottovoce, come se parlasse più a se stesso che a me, Andrea racconta quanto sia stato difficile arrivare fin qui.
“Ci sono voluti oltre venticinque anni per riuscire a sistemare tutto a Campo Soriano. Il primo cru è nato nel 2012 e non poteva avere un nome diverso da HUM, proprio come quelle rocce che caratterizzano il paesaggio”.
Lassù ogni vendemmia resta una sfida. L’acqua che non basta, la raccolta manuale, la difficoltà di lavorare in un territorio così particolare. E adesso anche i cinghiali, che mettono a rischio il raccolto. Eppure i Pandolfo continuano. Perché alla fine, forse, è proprio questo il significato più autentico del fare vino: accettare l’imprevedibilità della terra senza pretendere di dominarla.
Andrea guarda i vigneti. “Questa è ora la nostra terra. La amiamo come si può amare una figlia, la curiamo come si può curare una persona cara”. Rimango in silenzio. Poi aggiunge che qui è nato lui e che qui cresceranno i suoi due figli, ai quali toccherà il compito di continuare la storia della famiglia Pandolfo.
In quel momento capisco che il viaggio dei Pandolfo non è cominciato a Terracina. È cominciato molto prima, dall’altra parte del Mediterraneo, tra le vigne di Pantelleria e quelle della Tunisia. È passato attraverso un esproprio, tre container, un pianoforte, alcune barbatelle salvate quasi come si salvano le cose più preziose e un adolescente costretto a lasciare il proprio mondo.
Quelle barbatelle, però, hanno messo radici. E oggi, guardando i filari che si perdono nella campagna di Terracina, penso che forse una famiglia non è soltanto il luogo dal quale proviene. È anche il luogo che, con pazienza, fatica e amore, riesce a trasformare nella propria casa.
Le rocce di Campo Soriano sono lì, immobili da millenni. Le vigne, invece, cambiano con le stagioni. Ma entrambe, a modo loro, raccontano la stessa cosa: la terra appartiene davvero a chi sa ascoltarla e ha la pazienza di custodirla per chi verrà dopo.
È una realtà a gestione familiare che coltiva ortaggi, radici e tuberi seguendo i cicli naturali delle stagioni e privilegiando una filiera a km zero. Vietati pesticidi e diserbanti di sintesi: si utilizzano prodotti consentiti nelle coltivazioni biologiche e rimedi della tradizione contadina. Le concimazioni impiegano scarti del raccolto, calce idrata e sostanze organo-minerali, senza tralasciare metodi antichi come la cenere e l’aceto spruzzato nelle vicinanze delle piantine. Caratteristica distintiva dei prodotti Nardoni è la sapidità, legata alla particolare composizione del terreno. I campi sorgono infatti su un’area un tempo paludosa, dove sono ancora presenti residui di conchiglie marine fossili: una traccia della storia geologica di questo territorio e di ciò che il mare ha lasciato nel suolo, contribuendo alle caratteristiche organolettiche delle coltivazioni.
La produzione comprende sia ortaggi più conosciuti sia varietà meno comuni, ricercate per ampliare la biodiversità agricola e offrire a chef e consumatori ingredienti insoliti: mizuna, spinaci rossi orientali, pak choi, cavolo cinese, cavolo riccio, tetragonia, topinambur, sedano rapa e tenerume.
Non mancano le varietà legate alla tradizione locale, come i chiacchetegli privernesi, insieme a diverse tipologie di radicchio, tra cui varietà variegate, rosa, bianche e lepre.
Particolare attenzione è dedicata anche alle misticanze, senza dimenticare erbe e fiori eduli spontanei, per celebrare al meglio la vocazione ecologica di originali piatti dell’Agro Pontino.
Photo credits Mauro Parmesani