PAOLO LEO, IL FUTURO RIPARTE DA CANDIDO
Nel 1984 c’erano una busta con 30 milioni di lire – i regali di nozze – e un fazzoletto di terra nel Salento sul quale Paolo Leo decise di scommettere tutto. Cinque anni più tardi avrebbe preso ufficialmente forma Cantine Paololeo. A distanza di oltre quarant’anni da quella prima scelta, l’azienda è capace di confrontarsi con i mercati internazionali e di compiere un gesto raro nell’economia del vino contemporaneo: farsi carico di un monumento della viticoltura pugliese per sottrarlo all’oblio e, soprattutto, restituirgli voce e dignità. La recente acquisizione della storica cantina Candido non è stata infatti un’operazione di pura finanza, ma un atto di amore e rispetto verso la propria terra.

Paolo Leo
Per comprendere la portata di questo passaggio bisogna guardare alle due storie che qui si intrecciano. Da un lato c’è Candido, fondata nel 1929 a San Donaci, in provincia di Brindisi, da Francesco Candido. Quando la Puglia veniva considerata poco più di una cisterna per tagliare i vini del Nord, Candido intuì già negli anni Cinquanta la necessità di vinificare e imbottigliare in proprio, nobilitando vitigni autoctoni come Negroamaro, Malvasia Nera e Aleatico. Nel 1974 arrivò Cappello di Prete, indicato dall’azienda come il primo Negroamaro in purezza imbottigliato nel Salento, seguito da etichette divenute storiche come Duca d’Aragona, La Carta e i celebri rosati. Una parabola che nel 2008 portò Candido tra le cento realtà italiane indicate da Eurispes, prima che gli anni più recenti vedessero la cantina scivolare in una fase di progressivo silenzio, chiusa ai visitatori e lontana dal proprio potenziale.

Dall’altro lato c’è il percorso caparbio di Paolo Leo. Partito da una dimensione minuscola – i 1.000 litri del nonno, i 2.000 del padre –, l’imprenditore ha affrontato la filiera senza scorciatoie: la folgorazione al Vinitaly del 1999 con le prime 1.200 bottiglie, gli anni tra il 2002 e il 2003 trascorsi a essere contemporaneamente cantiniere, commerciale ed enologo. Al suo fianco, una certezza costante: la moglie Roberta, compagna di vita e di scelte da 45 anni. Attorno a questo nucleo è cresciuta una famiglia affiatata, con quattro figli e ruoli chiari e complementari: Nicola, enologo di Cantine Paololeo e oggi anche di Candido; Francesco alla direzione vendite Italia; Alessandro al marketing e agli acquisti; Stefano alla direzione vendite estero.
Questa solidità, che secondo quanto riferito dall’azienda registra oggi un incremento di quasi il 10% sui volumi anche in una fase complessa per i rossi mondiali, ha permesso a Paolo Leo di entrare in Candido con un approccio filologico. “L’accordo siglato nel 2025 – rilevata a 600.000 euro e portata già a fine anno a un milione di valore commerciale, con l’obiettivo di toccare quota 7 milioni – non prevede nessuna fusione. Candido e Paolo Leo sono e resteranno entità distinte. Cataloghi, posizionamenti di mercato, canali e fasce di prezzo rimarranno autonomi”, commenta Paolo Leo.

“Il lavoro ha previsto il recupero dei locali interni ed esterni per restituire accessibilità alla tenuta, la tutela dei posti di lavoro con la riconferma degli otto dipendenti, da formare sui nuovi standard, e la salvaguardia meticolosa delle ricette storiche”, continua Nicola Leo. “L’etichetta Cappello di Prete conserva il suo blend e il suo prezzo storico; l’intervento grafico tocca solo le referenze che necessitavano di attualizzazione, mentre per altre si è scelto di ripristinare il tratto vintage degli anni Novanta”.
“In cantina sono state rinvenute oltre 20.000 bottiglie storiche risalenti fino agli anni Sessanta e Settanta, che Nicola sta catalogando e degustando per creare verticali ed esclusive cassette in legno da collezione. Lo spazio si trasformerà in una meta di alta accoglienza con cinque suite, spa, un’enoteca, un piccolo ristorante e, entro un anno, un museo permanente dell’azienda”, conclude Paolo Leo.
Candido diventa così un modello nel quale il successo imprenditoriale moderno si mette al servizio della cultura contadina, restituendo vita ed eleganza a un caposaldo del patrimonio salentino e a etichette storiche come Cappello di Prete Salento Igt Rosso, La Carta Riserva Salice Salentino Negroamaro, Duca d’Aragona, Casina Cucci Susumaniello Rosato e Le Pozzelle Salice Salentino Rosato. “Ci sono regole non scritte, dettate dalla nostra etica, dalla nostra educazione, dalla nostra sensibilità morale e dalla nostra umanità, regole il cui rispetto e la cui applicazione sono frutto di una scelta e non di un obbligo”.
paololeo.it