L’ALBA DELLA PELOSA E LA ROTTA VERSO L’ASINARA

C’è un momento, poco prima dell’alba, in cui la Sardegna e in particolare Stintino, sembrano appartenere soltanto al vento. Lo scopro camminando sulla spiaggia della Pelosa quando il sole è appena comparso oltre il profilo dell’Asinara. L’aria è fresca, quasi sorprendente dopo giorni di calura insopportabile, e il silenzio è rotto soltanto dal frangersi delle onde su una delle spiagge più iconiche del Mediterraneo. Non c’è quasi nessuno. La sabbia, finissima come borotalco, conserva soltanto le impronte lasciate dai gabbiani durante la notte, mentre il mare sfuma dal turchese allo smeraldo con una trasparenza che sembra irreale.

Cammino lentamente lungo la battigia. Alla mia destra le rocce accompagnano la costa fino alle scogliere di Capo Falcone, dove la torre aragonese del XVI secolo continua a sorvegliare il mare proprio come faceva quando le sentinelle scrutavano l’orizzonte alla ricerca delle navi dei corsari barbareschi. Da qui partivano i segnali di allarme che mettevano in salvo gli abitanti dei piccoli villaggi costieri. Oggi, fortunatamente, l’unico assalto è quello della bellezza.

È da questo scenario che prende forma il mio viaggio a Stintino e nella Sardegna del Nord, un itinerario che attraversa alcune delle località più affascinanti dell’isola seguendo un unico filo conduttore: il mare. Non semplice cornice, ma protagonista assoluto, capace di unire luoghi, persone e storie. A pochi passi dalla Pelosa sorge il Club Esse Roccaruja, una struttura che sembra dialogare naturalmente con il paesaggio circostante. Qui il lusso non è ostentazione, ma privilegio di potersi svegliare ogni mattina con davanti uno degli specchi d’acqua più spettacolari del Mediterraneo. Basta uscire dall’hotel per ritrovarsi immersi in una natura che, nonostante la fama internazionale della spiaggia, riesce ancora a regalare attimi di autentica quiete.

Stintino Club Esse Roccaruja

Anche la cucina diventa parte integrante del racconto. Sulla spiaggia, praticamente con i piedi nella sabbia e il mare a pochi metri, incontro lo chef Andrea Fusco del ristorante Il Gabbiano. Nessuna sala elegante, nessuna mise en place ricercata. Soltanto una cucina allestita davanti al mare più bello che si possa immaginare. Mentre lavora con gesti precisi, i profumi del pescato fresco si mescolano a quelli della macchia mediterranea trasportati dal maestrale.

Sorride mentre completa il piatto. “Vi ho preparato un’insalata che rappresenta il cuore pulsante di questo mare: un connubio perfetto tra la macchia mediterranea e queste acque cristalline”. La definizione è perfetta. Più che una ricetta è un manifesto gastronomico della Sardegna. Ogni ingrediente racconta il territorio: il sale, le erbe aromatiche, il pesce appena pescato, la semplicità che diventa eccellenza quando la materia prima è protagonista. Assaporarla praticamente sul bagnasciuga significa comprendere quanto il paesaggio possa entrare in un piatto.

Ma è il mare a chiamare ancora una volta. Poco dopo salgo a bordo di un elegante catamarano diretto verso l’Asinara. Il vento è quello giusto e le vele si gonfiano lentamente. Al timone c’è Paolo, un uomo che racconta la propria storia con la stessa naturalezza con cui conduce l’imbarcazione. Per anni è stato uno degli avvocati più conosciuti della zona. Una carriera importante, uno studio affermato, una vita apparentemente perfetta. Poi, nel 2013, qualcosa cambia. Lascia la toga, torna per un periodo a lavorare nella vigna di famiglia e infine sceglie definitivamente il mare. Mentre il catamarano prende velocità mi guarda sorridendo: “non sono le ore che passi dietro una scrivania che ti fanno ricco. Sono quelle in cui assapori il profumo della macchia mediterranea portata dal vento”.

Rimango qualche secondo in silenzio. Non è soltanto una frase. È una filosofia di vita. Intanto il catamarano sembra quasi sollevarsi sull’acqua. Fendiamo un mare che pare un cielo al contrario. Dovrebbe stare sopra di noi e invece è lì, sotto le prue che sembrano volare sospese nel vuoto. L’acqua è così trasparente che distinguo ogni dettaglio del fondale. Sabbia, rocce, praterie di posidonia scorrono lentamente sotto lo scafo come immagini proiettate su uno schermo. La costa di Stintino si allontana mentre davanti a noi prende forma il profilo selvaggio dell’Asinara. Per oltre un secolo quest’isola è stata sinonimo di isolamento. Prima lazzaretto, poi colonia penale agricola e infine carcere di massima sicurezza, destinato a ospitare alcuni dei detenuti più pericolosi d’Italia. Oggi, invece, è diventata uno dei parchi nazionali più preziosi del Mediterraneo, un luogo dove la natura ha riconquistato ogni spazio e dove il tempo sembra essersi fermato.

Paolo rallenta. “Qui bisogna avere rispetto. L’Asinara non si visita… si ascolta”. Le sue parole vengono quasi coperte dal rumore del vento. E forse è giusto così. Davanti a noi iniziano ad apparire le prime cale. Il mare assume sfumature che passano dall’azzurro chiarissimo allo smeraldo intenso, mentre il bianco delle rocce riflette una luce quasi accecante. Capisco che il viaggio è appena iniziato. E che il meglio deve ancora arrivare.

 

L’Isola del silenzio

Il catamarano rallenta fino a fermarsi nella Rada dei Fornelli. Paolo spegne il motore e, all’improvviso, il silenzio diventa il vero protagonista. Resta soltanto il rumore dell’acqua che accarezza gli scafi e il richiamo lontano dei gabbiani. È uno di quei momenti in cui si comprende come il lusso più grande non sia possedere qualcosa, ma avere il tempo di fermarsi. L’àncora scende lentamente sul fondale sabbioso, perfettamente visibile nonostante i diversi metri di profondità. L’acqua è talmente trasparente da creare un’illusione ottica: sembra di galleggiare sospesi nel vuoto, come se il mare fosse scomparso lasciando il posto all’aria. Basta immergere la maschera per ritrovarsi in un acquario naturale, tra praterie di posidonia e piccoli pesci che sembrano ignorare la presenza dell’uomo.

Riprendiamo la navigazione verso Cala Marcuzza. Il maestrale accarezza le vele mentre Paolo racconta episodi della sua nuova vita, scandita non più dalle udienze ma dalla direzione del vento e dallo stato del mare. Non c’è nostalgia nelle sue parole. Soltanto la serenità di chi ha avuto il coraggio di cambiare strada. L’Asinara continua a mostrarsi senza artifici. Nessun albergo, nessun stabilimento balneare, nessuna costruzione fuori posto. Soltanto natura. È proprio questo il suo fascino: essere rimasta fedele a se stessa. Qui vivono gli asinelli bianchi, diventati il simbolo dell’isola, insieme ai cavalli allo stato brado, ai mufloni e a una fauna che trova in questo angolo di Mediterraneo un rifugio prezioso. Approdiamo a Cala Reale, il cuore amministrativo dell’antica colonia penale. Passeggiando tra gli edifici si percepisce ancora il peso della storia. Le vecchie caserme, l’ex ospedale, il piccolo porto raccontano un passato complesso che oggi convive armoniosamente con la vocazione naturalistica del Parco Nazionale. Poco più a nord raggiungiamo Cala d’Oliva, probabilmente il luogo che più di ogni altro conserva la memoria dell’Asinara. Il piccolo borgo sembra essersi fermato nel tempo. Le abitazioni delle guardie, quelle destinate ai detenuti, la scuola, la chiesa e gli edifici di servizio formavano una comunità isolata dal resto del mondo, dove carcerieri e carcerati condividevano inconsapevolmente lo stesso orizzonte. Camminando tra queste vie si avverte una strana sensazione: quella di un luogo che ha conosciuto il dolore ma che oggi ha saputo trasformarlo in memoria. Tra le sorprese dell’isola c’è il laboratorio di FarmAsinara, una piccola realtà che valorizza una delle sue risorse più rappresentative: il latte d’asina. Qui la tradizione incontra la ricerca dando vita a una linea di cosmetici naturali conosciuta ben oltre i confini della Sardegna.

È impossibile resistere alla curiosità. Esco con un sapone al latte d’asina nello zaino. Più che un semplice acquisto è un piccolo frammento dell’Asinara da portare con me, il ricordo tangibile di un’isola che ha saputo reinventarsi senza tradire la propria identità. Lasciare questo luogo non è semplice. Mentre il catamarano riprende la rotta verso Stintino continuo a voltarmi indietro. L’isola si allontana lentamente, ma la sua immagine rimane impressa nella memoria come accade soltanto con i luoghi destinati a lasciare un segno.

Il viaggio prosegue verso est, attraversando la Gallura. La strada che conduce a Santa Teresa Gallura è un susseguirsi di profumi. Mirto, lentisco, ginepro, corbezzolo ed elicriso si alternano accompagnando ogni curva. La macchia mediterranea qui non è soltanto vegetazione: è un’esperienza sensoriale che entra nell’abitacolo e accompagna il viaggio con aromi intensi e inconfondibili. Affacciato direttamente sul mare, il Club Esse Shardana sembra nascere dalla stessa roccia granitica della costa. La struttura dialoga con il paesaggio senza invaderlo, lasciando che sia la natura a dettare il ritmo del soggiorno. Da qui Capo Testa e le Bocche di Bonifacio appaiono vicinissimi, separati soltanto da quel tratto di mare che per secoli ha rappresentato una delle rotte più affascinanti e temute del Mediterraneo. Passeggio lungo la costa mentre il sole inizia lentamente a inclinarsi verso l’orizzonte. Il granito scolpito dal maestrale assume forme sorprendenti, modellate nei millenni dal vento e dal sale. Ogni roccia sembra una scultura naturale, diversa da tutte le altre.

È questa la Sardegna che più mi conquista. Quella capace di alternare la forza selvaggia della natura all’eleganza discreta dell’accoglienza. Una terra dove il lusso non coincide con l’ostentazione, ma con il privilegio di aprire una finestra e ritrovarsi davanti uno dei panorami più straordinari del Mediterraneo. Domani il viaggio continuerà verso Palau e l’Arcipelago della Maddalena. Ma mentre il maestrale continua a soffiare leggero tra i ginepri, mi accorgo che una parte di me è rimasta laggiù, tra le acque trasparenti dell’Asinara, dove il mare sembra davvero un cielo capovolto.

 

Il mare negli occhi

Club Esse Shardana

Da Santa Teresa Gallura la strada scende verso Palau attraversando uno dei paesaggi più autentici dell’isola. La Gallura profuma e il maestrale attraversa la macchia mediterranea e porta con sé un aroma intenso che entra nell’abitacolo, quasi a voler ricordare le parole di Paolo: è questo il vero lusso, lasciarsi accompagnare dal vento.

Palau appare all’improvviso, raccolta attorno al suo porto, da dove ogni giorno partono le imbarcazioni dirette all’Arcipelago della Maddalena. È una cittadina di mare nel senso più autentico del termine. Qui ci si incontra prima di partire e ci si ritrova al ritorno, con il sale ancora sulla pelle e gli occhi pieni di orizzonti.

Prima di immergermi tra le vie del centro faccio tappa al Caffè Benthos, autentico punto di riferimento per chi vive il porto. Seduto all’aperto osservo il continuo alternarsi di viaggiatori, marinai e famiglie in partenza verso le isole. È uno di quei luoghi dove il tempo sembra rallentare senza mai fermarsi. Poco distante il Club Esse Posada domina la baia da una posizione privilegiata. Da qui l’arcipelago sembra così vicino da poterlo raggiungere con lo sguardo. Le isole emergono dal mare come pietre di granito adagiate sull’acqua, illuminate dalla luce morbida del tardo pomeriggio.

È proprio qui che incontro Pamela. Ha un sorriso coinvolgente e uno sguardo profondo, quello di chi ama profondamente la propria terra e riesce a raccontarla anche attraverso un semplice cocktail. Lavora con movimenti eleganti, quasi misurati. Versa lo Champagne, aggiunge una delicata nota di fragola e poi si ferma un istante. “Adesso arriva il segreto” dice. Prende una piccola bottiglia e nebulizza appena una leggerissima spruzzata di mirto bianco. “Non deve coprire gli altri profumi. Deve soltanto accompagnarli”. Assaggio il cocktail. Il mirto arriva in punta di piedi, quasi timidamente, e proprio per questo rende l’insieme sorprendente. È un equilibrio delicato, elegante, profondamente sardo. Esco con il calice tra le mani e percorro lentamente la spiaggia davanti all’hotel. Da una parte la sabbia dorata, dall’altra le rocce levigate dal vento. Il sole lancia gli ultimi riflessi dorati sull’acqua mentre ogni sorso sembra racchiudere il profumo della Gallura. Sono quei piccoli momenti che difficilmente trovano posto nelle guide di viaggio, ma che finiscono per diventare il ricordo più prezioso.

Club Esse Cala Bitta

Il viaggio continua verso Baia Sardinia. Qui il Club Esse Cala Bitta interpreta un’eleganza discreta, senza eccessi, lasciando ancora una volta che sia il mare il vero protagonista. Le terrazze si aprono sul blu intenso della costa e l’atmosfera invita naturalmente a rallentare. La giornata si conclude con un aperitivo d’autore alla Drink Kong, non è un semplice aperitivo ma, un vero e proprio esercizio di alta mixology. Sapori mediterranei, equilibrio, tecnica e creatività dialogano con il panorama che lentamente si tinge di rosa. In Sardegna anche un semplice aperitivo può trasformarsi in un’esperienza capace di raccontare un territorio.

L’ultima tappa del viaggio conduce a Poltu Quatu. Il piccolo borgo affacciato sul porto sembra sospeso tra realtà e immaginazione. Le architetture candide si riflettono nell’acqua immobile mentre gli yacht disegnano un paesaggio elegante ma mai eccessivo. Seduto ai tavoli del ristorante Il Marchese, il tempo sembra rallentare ancora una volta. La cucina interpreta il Mediterraneo con rispetto, lasciando che siano i prodotti a parlare. La sera successiva raggiungo Porto Rotondo. Le piazzette iniziano lentamente a riempirsi mentre il porto si illumina di riflessi dorati. È un’eleganza diversa, più vivace, ma sempre capace di convivere con la natura circostante.

La conclusione migliore non può che essere gastronomica. Da Benthos-Crunch la protagonista assoluta è la celebre pizza romana, la “scrocchiarella”. Sottile, croccante, fragrante, riesce a trasformare la semplicità in eccellenza. Ogni morso racconta una tradizione che ha saputo viaggiare ben oltre Roma senza perdere la propria identità. Quando arriva il momento di lasciare questo angolo di paradiso mi sorprendo a ripensare ai luoghi e alle persone che ho incontrato.  Sono loro, insieme ai paesaggi, ad aver dato un volto a questo viaggio. Per un istante torno con la memoria alla prima mattina trascorsa sulla spiaggia della Pelosa.

A quel silenzio assoluto. A quella luce che nasceva lentamente dietro l’Asinara. A quel mare così limpido da sembrare un cielo capovolto. Forse il segreto della Sardegna del Nord è tutto lì.

Non soltanto nelle sue spiagge, nelle acque cristalline o negli alberghi affacciati sul mare. Ma nella straordinaria capacità di rallentare il tempo, di insegnare il valore delle cose semplici e di ricordare che la vera ricchezza, come mi aveva confidato Paolo mentre il maestrale gonfiava le vele del suo catamarano, non si misura con le ore trascorse dietro una scrivania, ma con quelle in cui ci si concede il privilegio di respirare il profumo della macchia mediterranea portata dal vento. È allora che comprendo come certi viaggi non finiscano quando si torna a casa. Continuano a navigare dentro di noi, sospinti dallo stesso maestrale che da millenni accarezza quelle coste e continua, silenziosamente, a raccontare il mare.

 

Come arrivare

Con i voli Aeroitalia ma attenzione, non dai soliti aeroporti congestionati dal traffico aereo estivo e dai turisti. Bensì dall’aeroporto Verdi di Parma, piccolo e assolutamente tranquillo che collega dal 13 giugno al 19 settembre, ogni martedì e sabato Parma ad Olbia. Uno dei punti di forza è la dimensione del terminal: uno scalo agile, accessibile e veloce, che permette ai passeggeri di ridurre significativamente i tempi di attesa e raggiungere rapidamente la propria destinazione finale, offrendo un’esperienza di viaggio semplice e funzionale.

 

Club Esse

Lo stile italiano con al centro la persona: nel cuore della Sardegna possiede ben 13 resort ed hotel a gestione diretta che interpretano location straordinarie, autenticità del territorio, accoglienza dinamica e coinvolgente, ed eccellenza gastronomica.  Club Esse nasce nel 2000 come progetto dedicato ai servizi turistici a 360 gradi. Da allora, il gruppo ha sviluppato una crescita progressiva e strutturata che lo ha portato a diventare una realtà importante dell’hospitality italiana, con 2.240 camere totali e oltre 1.200 collaboratori su base stagionale.

 

 

clubesse.it