IL SUO NOME ERA CONNERY, SEAN CONNERY

 

 

James

by Bruno Petronilli

 

Nel 2016 decisi di creare qualcosa che non esisteva, una rivista che non c’era. Ne parlai con molte persone, a tutte cercai di spiegare cosa avevo in mente. Un Magazine che parlasse di sogni, viaggi, passioni, arte, armonia della vita. Un luogo segreto ed esclusivo, ma al contempo aperto, condivisibile. Nessuno mi capì veramente fino al primo marzo del 2017, quel giorno nacque James Magazine.

Perché scelsi quel nome? Non fu difficile. Chiusi gli occhi, cercai un’immagine nella mia memoria che potesse sintetizzare tutte le emozioni e le suggestioni che stavano per partorire la rivista. Mi apparve lui, Sean Connery, alias James Bond, nel suo impeccabile smoking, mentre si accendeva una sigaretta e si annunciava al mondo.

“James, James Magazine”, così si chiamerà, pensai. L’esistenza di ognuno di noi è un sistema estremante complesso, non avrei mai potuto realizzare James senza essere stato accanto a quei maestri di vita professionale a cui mi sono sempre ispirato come Andrea Grignaffini, Enzo Vizzari e Franz Botré. Non avrei potuto realizzare il mio sogno senza coloro che mi diedero fiducia incondizionata. Non potrei realizzare oggi James senza gli amici e i collaboratori che, in questi anni, si sono uniti alla mia folle pretesa di raccontare solo un mondo migliore, fatto di aspirazioni e bellezza, lontano dagli individualismi e dall’invidia imperante che caratterizza il nostro tempo.

Devo molto, quindi, a Sean Connery. Senza quell’immagine, risolutiva e definitiva, epìtome assoluta del mio multiforme e contrastato universo interiore, forse James non sarebbe mai nato, forse non ne avrei mai avuto il coraggio. Ma i sogni, a volte, si realizzano con una disarmante semplicità, basta crederci fino in fondo.

 

 

IL SUO NOME ERA CONNERY, SEAN CONNERY

di Massimo Zanichelli

 

In questo bisesto e funesto 2020, anno fatidico di ricorrenze, anniversari e decessi, ci ha lasciati, all’età di 90 anni tondi tondi, anche Sean Connery, che si è spento nel sonno mentre si trovava nella sua casa di Nassau, alle Bahamas. Aveva lasciato il set da una quindicina d’anni. Nessuno è immortale, nemmeno chi ha interpretato un Highlander, come gli accadde nel 1986 con l’omonimo film di Russell Mulcahy, dove ruba letteralmente la scena al protagonista Christopher Lambert, fatto per nulla inedito nella sua carriera: l’anno dopo si guadagnò un meritato Oscar (e un Golden Globe) come miglior attore non protagonista per l’interpretazione dell’incorruttibile poliziotto irlandese Jimmy Malone in The Untouchables – Gli intoccabili di Brian De Palma, surclassando con il suo carisma Kevin Kostner (Eliot Ness) e Robert De Niro (Al Capone).

C’erano origini irlandesi nella famiglia di Connery: lo erano i nonni paterni, immigrati in Scozia, dove, il 25 agosto 1930, in un sobborgo di Edimburgo, nasce il futuro James Bond. Il padre è agricoltore e camionista, la madre una donna delle pulizie. Lui prende lezioni di danza a undici anni; a sedici si arruola nella Royal Navy, la Marina Britannica, da cui viene congedato per un’ulcera gastrica; per sbarcare il lunario fa il bagnino, il muratore, il lavapiatti, il lattaio, la guardia del corpo, il lucidatore di bare, il modello per l’Edinburgh Art College e il bodybuilder; a ventitré anni si classifica al terzo posto del concorso di Mister Universo, cominciando a interpretare i suoi primi ruoli nel mondo dello spettacolo, con particine in produzioni televisive e cinematografiche.

Finché nel 1962 viene scelto dai produttori Albert Broccoli e Harry Saltzman per il ruolo di 007, l’agente segreto al servizio di Sua Maestà nato dalla penna di Ian Fleming. L’esordio in Agente 007 – Licenza di uccidere è un clamoroso successo (gli spettatori nemmeno si accorgono del toupet che l’attore deve indossare per nascondere la precoce calvizie): la frase che introduce il suo personaggio, «Il mio nome è Bond. James Bond», pronunciata in un casinò mentre si accende una sigaretta, è destinata a entrare nell’immaginario collettivo come Ursula Andress che esce dalle acque del mare con un costume bianco a due pezzi e un pugnale alla cintura. I due film successivi, A 007, dalla Russia con amore (1963) e Agente 007 – Missione Goldfinger (1964), tra i migliori dell’intera serie, sbancano i botteghini di mezzo mondo e affermano il personaggio incarnato da Connery a livello planetario. Seguiranno Agente 007 – Thunderball, operazione tuono (1965) e Agente 007 – Si vive solo due volte (1967). Connery decide di abbandonare il personaggio che l’ha reso famoso per paura di rimanerne prigioniero ed è sostituito dal monocorde George Lanzeby nello sfortunato Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà, ma è poi richiamato alle armi per Agente 007 – Una cascata di diamanti (1971) e interpreterà per l’ultima volta James Bond nell’“apocrifo” Mai dire mai del 1983, dove balla superbamente il tango con Kim Basinger.

Fisico atletico e passo da ballerino, spavaldo e ironico, freddo e astuto, seducente e letale, a suo agio con armi e gadget come con le migliori annate di Dom Pérignon, capace come nessun altro di indossare un impeccabile smoking sotto una muta da sub (com’ebbe a dire lui stesso «il movimento dovrebbe essere minimo, molto mobile, animalesco, elegante e sofisticato»), il Bond di Sean Connery è un mix irresistibile di fascino e violenza, è l’homme fatal davanti al quale soccombono tutte le Bond Girl del ciclo – buone o cattive, tutte invariabilmente attraenti e disponibili – come i vilain di turno.

L’attore scozzese, sex symbol senza età (nel 1989 la rivista «People» lo proclama Sexiest Man Alive e nel 1999, all’età di 69 anni, viene votato come Sexiest Man of the Century), interpreta il suo ruolo più famoso con quella mescolanza di mascolinità e humour, di forza fisica e nonchalance, di carisma e ironia che non lo avrebbe più abbandonato. È ormai diventato proverbiale quel suo sorriso di sicumera capace di stemperare le situazioni più drammatiche. È meno visibile in alcuni ruoli, scomodi e spinosi, interpretati all’epoca del ciclo di 007 per scollarsi di dosso il peso dell’ingombrante personaggio, come il giovane industriale che s’innamora di un’algida e frigida cleptomane, arrivando a prenderla con la forza, nello scabroso Marnie di Alfred Hitchcock (1964), o il tormentato e sadico poliziotto di Riflessi in uno specchio scuro di Sidney Lumet (1972), regista che più di altri ne ha valorizzato il talento drammatico (La collina del disonore, Rapina record a New York, Assassinio sull’Orient Express), per tacere del brutale sterminatore Zed nel fantascientifico Zardoz di John Boorman (1974). Campeggia con la sua disarmante efficacia nelle interpretazioni più celebri della maturità: il monaco francescano Guglielmo da Baskerville in Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud (1986), tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Eco; il Prof. Henry Jones, padre di Indiana, in Indiana Jones e l’ultima crociata di Steven Spielberg (1989); il comandante del sottomarino sovietico in Caccia a Ottobre Rosso di John McTiernan (1990); il misantropo scrittore di Scoprendo Forrester di Gus Van Sant (2000), che Connery co-produsse. Nella sua nutrita filmografia sono da ricordare anche due titoli struggenti e crepuscolari come Robin e Marian di Richard Lester (1976) e Cinque giorni, un’estate di Fred Zinnemann (1982). Nel 2000 è stato nominato “Sir” dalla regina Elisabetta II.

Non solo, insomma, un’icona di stile, ma uno dei grandi attori del nostro tempo, destinato a rimanere nella memoria di tutti.