FUBA, RIMINI: DUE CUOCHI E UNA NUOVA GRAMMATICA GASTRONOMICA
Esistono ristoranti che nascono già con un’identità nitida, come se il progetto fosse rimasto a lungo in gestazione prima di trovare la propria forma. Fuba, aperto a Rimini il 20 settembre 2025, appartiene a questa categoria rara: quella dei luoghi in cui la cucina non è soltanto esecuzione tecnica, ma anche racconto generazionale. Il progetto nasce dall’incontro umano e professionale di Enrico Fusi e Angelo Barletta, amici fin dall’infanzia e oggi cuochi che hanno scelto di trasformare quella complicità in un ristorante. Il nome stesso è una fusione dei loro cognomi, ma dietro la sintesi fonetica emerge qualcosa di più: l’idea di una cucina costruita a quattro mani, dove la sensibilità individuale diventa linguaggio comune. Entrambi formatisi all’alberghiero di Cervia, hanno attraversato negli anni cucine che hanno lasciato segni evidenti nella loro grammatica gastronomica. Esperienze diverse, ma unite da un filo conduttore chiaro: il rispetto quasi ossessivo per la tecnica e per il gusto autentico delle materie prime. Fuba non nasce nella Rimini turistica, ma in una zona più raccolta della città. È una scelta che racconta bene la loro filosofia: qui non si arriva per caso, si arriva con intenzione.

Imanol
L’ambiente restituisce subito una sensazione di accoglienza calibrata. Non c’è rigidità, ma nemmeno improvvisazione. Il servizio osserva, ascolta, costruisce un dialogo. In questo contesto emerge con naturalezza la figura di Imanol, responsabile di sala e sommelier, presenza sicura e sorprendentemente matura. La sua cultura enologica è ampia e articolata, ma ciò che colpisce davvero è la capacità di tradurla in un racconto accessibile, coinvolgente, mai pedante. Imanol non si limita a presentare le bottiglie: accompagna il percorso, modulando tempi e conversazione con la sensibilità di chi ha compreso che la sala è una regia discreta. La carta dei vini è inevitabilmente ancora in evoluzione, ma la direzione è già chiara: privilegiare etichette vive, produttori indipendenti e vini capaci di dialogare con una cucina che rifiuta ogni staticità. Anche il menù rivela un pensiero visivo preciso. La grafica richiama l’immaginario della riviera anni Sessanta, tra pubblicità vintage, cromie rétro e una leggerezza iconografica che introduce con ironia l’esperienza gastronomica. Non è un semplice dettaglio estetico: è un modo per preparare l’ospite a un percorso in cui memoria popolare e tecnica contemporanea si intrecciano con naturalezza.
L’apertura del menù è un esercizio di memoria collettiva. Tre piccoli bocconi reinterpretano la merenda dell’infanzia attraverso tecniche orientali. Il Mochi Toast ricrea la consistenza elastica del mochi per restituire il morso del toast prosciutto e fontina; il Chawanmushi al lime kosho rievoca la cremosità di uno yogurt al lime in una versione salata molto delicata; la reinterpretazione della piadina con squacquerone e rucola si trasforma in un gioco estetico che richiama la Kinder Fetta al Latte grazie all’equilibrio tra alga nori caramellata e cremosità lattica. È un inizio ludico, ma tutt’altro che superficiale. I panificati rivelano subito la disciplina della cucina. Grissino stirato a mano all’olio extravergine, sfoglia di pane, focaccia e pane a lievito madre con idratazione spinta costruito su farine di semola e tipo uno. La mollica è ampia e fragrante, ideale per accompagnare l’olio monocultivar Correggiolo proveniente dagli olivi secolari di Montegridolfo.

Il primo capitolo marino è affidato alla Ricciola cruda con rosa, pompelmo e geranio. Il pesce diventa il punto di partenza per una struttura aromatica stratificata: il succo di pompelmo lavorato con colatura di alici introduce profondità sapida, mentre l’acqua di rose e l’olio essenziale di geranio introducono una nota olfattiva inattesa. Segue il Crudo di muggine con pane alle erbe e limone, interpretazione raffinata dell’idea di gratinatura romagnola. Il limone macerato sotto sale per sette mesi introduce una tensione gustativa notevole, mentre l’emulsione di acqua di vongola e olio al prezzemolo completa il piatto con una persistenza marina elegante. Il passaggio vegetale unisce erbe di campo, alghe adriatiche e formaggio di fossa di Brancaleoni in un brodo tosazu costruito a partire da kombu, mirin, soia e aceto di riso. Qui Romagna e Giappone dialogano senza forzature, trovando una grammatica comune fatta di acidità sottili e profondità umami.
Il piatto Pollo e canocchia introduce una dinamica di servizio in due atti. Prima un boccone diretto e goloso: aletta di pollo disossata e passata sulla brace, glassata con una barbecue ottenuta dal carapace della canocchia. Poi una dimensione più riflessiva: brodo di pollo, gnocco di riso e tartare di canocchia marinata. L’Animella di vitello con scarola, pinoli e uvetta rivela una sensibilità classica nella gestione delle frattaglie. L’interno rimane cremoso mentre la leggera tostatura esterna restituisce struttura e profondità.

Plin di faraona alla cacciatora con olive e Campari
Uno dei passaggi più incisivi è il Plin di faraona alla cacciatora con olive e Campari. La pasta fresca racchiude una farcia intensa e il ristretto di bitter introduce una nota amaricante elegante che prolunga il gusto con precisione. L’Agnello con erbe amare e salsa burro Café de Paris arriva rosolato sulla brace con una salsa costruita su burro fermentato, spezie e accenti tostati. Un piatto pieno ma bilanciato dall’insalata di erbe amare e dal chutney di prugna.

Il piccione in umido di Fuba
Il Piccione in umido rappresenta uno dei momenti più emblematici della cucina di Fuba. In realtà l’umido è evocato più che riprodotto: il volatile viene cotto sulla brace e accompagnato da diverse espressioni di pomodoro. Tra queste un San Marzano definito “stanco”, ottenuto attraverso ripetuti cicli di cottura e raffreddamento che concentrano il sapore della passata quando caramellizza sul fondo della pentola. Il servizio culmina con un piccolo cioccolatino di quinto quarto e pomodoro liquido.

Pre dessert
Il finale mantiene la stessa tensione creativa. Un pre dessert agrumato con olive nere e dragoncello pulisce il palato, mentre il dessert Tom Yum scompone la celebre zuppa thailandese in una composizione sorprendente: lemon curd al lime e lemongrass, crumble al peperoncino thai, latte di cocco e fish sauce. La piccola pasticceria riporta l’esperienza verso un territorio più domestico: un boccone di zuppa inglese, un pralinato di mandorla e limone sotto sale e il loro limoncello della casa ottenuto da limoni del Cilento macerati lentamente. Ciò che emerge con chiarezza è la sensazione di trovarsi di fronte a un ristorante giovane ma già consapevole. La cucina di Fusi e Barletta poggia su basi tecniche solide, su fondi profondi e su una sensibilità aromatica contemporanea. Ma soprattutto racconta qualcosa che raramente si percepisce con tanta chiarezza: la forza di un progetto umano. È da questa energia condivisa che nascono spesso i ristoranti destinati a lasciare un segno.
fubaristorante.it
Cover: Enrico Fusi e Angelo Barletta