DESPERATE HOUSEWINES. CAPITOLO 2

E il tempo passa. Inesorabile. Tre mesi di cui due in totale isolamento. L’ultimo non molto diverso dai precedenti. Di uscire per bere improbabili cocktail o vinacci in bicchieri di plastica (mon dieu!) neanche sotto tortura. Accanto a gente che non frequentavo prima, in baretti a caso, gli unici “aperti”, non intravedo il motivo per cui dovrei cominciare a farlo ora. Gli amici, massimo tre, se vogliono e condividono con me lo stesso stato d’animo, passano da casa, li “isolo” in terrazza e la sensazione di essere tornati a una parvenza di normalità è soddisfatta. Bere da sola lo concepisco quasi esclusivamente per le bollicine, quelle buone… In compagnia, avvertendo temperature più estive, ho così aperto e affrontato rosati, bianchi dell’ultima annata e vini rossi giovani.

I primi li ho rivalutati perché adesso sono diverse aziende a produrli. Al bando il Chiaretto, sospeso temporaneamente il Cerasuolo. Avanti con i rosati del sud estremo, ma non pugliesi. Che a me, a dirla tutta, il Primitivo e il Negramaro non sono mai piaciuti.

Ricordo ancora quel tour con quell’ex fidanzato attore, che di vino ne capiva quanto me di Shakespeare. Andando in giro per cantine del leccese e del salentino provava a seguire i rituali della degustazione: test olfattivo, rotazione del bicchiere, assaggio. E qui che mi crollava, ingollando tutto il contenuto da maratoneta a fine corsa. E da lì che in qualche modo i rosati pugliesi non mi hanno convinto più di tanto. Tannino spinto, note fruttate alla lunga un po’ stucchevoli, equilibrio altalenante. Rientrati in città, lui era tutto contento di aver imparato qualcosa. Io anche: non avrei più acquistato rosati pugliesi. Pronta a essere smentita, in questi giorni ho così virato su Sicilia e Sardegna.

 

 

 

Cicciu e Atìliu

Dici Sardegna e pensi al mare. Non io perché l’isola grande più bella d’Italia la ricordo per l’entroterra. Grazie a quel viaggio in Barbagia nel lontano 2007, tra i più intensi e gioiosi della mia vita. Ero con lo scrittore centauro, di 7 anni più grande di me. “Imbarchiamo la moto e raggiungiamo la coppia di cugini che si sposano, Cicciu e Atìliu”, mi dice. Francesco e Attilio, sì, un matrimonio gay. Non c’ero mai stata, né a una funzione tra omosessuali né nella regione più selvaggia della Sardegna. I due ragazzi, uno architetto di giardini l’altro decoratore di interni. Yin e Yang, adorabili, creativi, ospitali e cucinieri da paura. Impareggiabile la fregola con i frutti di mare e il porceddu arrosto. Fiumi di vino ed ettolitri di Mirto prodotto da zia Zizia, ossia Luigina, mi sa buon’anima, ché già all’epoca dimostrava una decade in più rispetto all’anagrafe. Insomma, sarà anche per questo che i vini sardi mi son sempre piaciuti. Mi fanno “famiglia”, allargata.

Con un paio di amiche, lo scorso weekend ho aperto “è” – Isola dei Nuraghi IGT di Mora&Memo, piccola cantina a Serdiana, nel cagliaritano capeggiata dalla giovane Elisabetta Pala. Un rosato color salmone a base di Cannonau e Monica, 50 e 50. Al naso sprigiona profumi di piccoli frutti rossi con delicate note floreali. Sapido e fresco, è stato l’accompagnamento perfetto per i nostri stuzzichini a base di alici e fiori di zucca fritti.

Abbiamo proseguito con lo Stellato Isola dei Nuraghi IGT ma nella versione Nature di Pala, altra azienda della stessa famiglia ma più grande e con molte più referenze. Dopo una macerazione sulle bucce di tre mesi, il risultato di questo Vermentino 100% è molto gradevole. Colore paglierino con riflessi verdognoli, profumi vegetali di macchia mediterranea e di frutti a polpa bianca. Delicato ma dalla struttura equilibrata, corrisponde alle premesse olfattive. A tavola ho servito fregola con gamberi e mazzancolle. Niente a che vedere con quella di Cicciu e Atìliu ma le mie amiche non possono saperlo e l’hanno spazzolata in pochi secondi…

 

 

Quel mito di Calogero

E se sud deve essere, sud sia. Dai quattro mori sardi alla trinacria siciliana, cambiano i simboli, la conformazione geografica e, oltre a tutto il resto, il vino. Come dimenticare il passito senza etichetta prodotto da quell’eroe mitologico, nonché titolare del chiosco sulla sassaia di Salina. Poco meno che trentenne (ok, un ventenne che però sembrava più grande…) Calogero era quel che si dice un gran bel picciriddu. E il suo passito non poteva che essere alla pari. Peccato che fossi in compagnia di due guardie del corpo, i miei amici del cuore: non mi hanno mollato un attimo, neanche in fase degustativa… La Sicilia è un’isola plurale: quella verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava. Per questo anche i suoi vini sono il frutto di un amore mai sbocciato come il mio, ma infinito e passionale, talvolta delicato ma sempre fedele. Per questo di fronte a un Frappato o a un Perricone, a un Grillo o a un Inzolia la mia memoria torna da Calogero che il vino, ammetto, non lo sapeva granché fare ma sapeva raccontarlo benissimo.

In questi giorni l’ultimo Frappato della linea Calanìca di Duca di Salaparuta mi ha felicemente catapultato con la memoria a quegli altri, sicuramente più luminosi. E risvegliato felici sensazioni gustative, quasi dimenticate. Un vino rosso che si presenta nel bicchiere in un color rubino violaceo. All’olfatto ho colto piacevoli sentori floreali di violette e rose, oltre a delicate note fruttate. Il sorso è vellutato e di grande persistenza. Un vino giovane, e fresco. Ma dai potenziali molto alti. Vi ricorda qualcuno?

L’ho aperto con i miei amici di cui sopra che, se ancora oggi negano la responsabilità di aver tarpato le ali a un amore appena nato, hanno applaudito al mio carpaccio di manzo e agli involtini di melanzane.

A chiudere un bicchierino di Terre Arse 2003 targato “Florio”, un Marsala “Vergine” lasciato maturare per otto lunghi anni in antiche botti di rovere, da qui le complesse note terziarie donate alle uve di Grillo. Il naso ha sentori di mandorle amare e miele bruciato, di caramello e di tabacco da pipa. Lungo nella persistenza, ha un retrogusto che ricorda la vaniglia e la liquirizia.

Quest’anno, se si può, torno in Sicilia. Da sola.

 

to be continued….