ALESSANDRO ROSSI: COME CAMBIA L’ENOTURISMO

Tra il 1816 e il 1829, viene pubblicato “Viaggio in Italia” di Goethe, uno dei capolavori della letteratura di viaggio, basato sugli appunti e le lettere scritti in Italia dal poeta, nel 1786-1788. L’approccio dell’autore tedesco è colto, curioso, innamorato del bello, avido di conoscere tutto di quel Paese straordinario in cui si trova, culla della cultura e dell’arte, dove fa proprie le tradizioni italiane, anche quelle vitivinicole, conservando sempre uno sguardo critico. Tutto è una scoperta e mentre viaggia, osserva e annota quello che lo colpisce, i centri abitati, le persone, i frutteti, la vigna maritata, vive i luoghi, assaggia l’uva matura, i fichi, le mele, le pesche, le pere, il vino, in un inno alla vita. A Trento si accorge che i grappoli di uva (forse Marzemino), sono bianchi di calce ed è il cocchiere a spiegargli che è uno strattagemma dei vignaioli, per proteggerli dai viandanti. Nel veronese, descrive la vendemmia del Soave. Si confronta con sindaci, nobili, fattori, contadini, postiglioni, alternando l’osservazione, alla degustazione dei vini, che diventano parte integrante dell’intera esperienza.

Roeno

Ha un palato fine, ma beve con moderazione vini leggeri, considera il vino come un dono della natura, che infonde gioia e convivialità, disapprovando la consuetudine di diluirlo con acqua e non solo, a Napoli si sofferma sul cibo tipico, elogia i maccheroni, descrive fritti, pasticcini salati, piatti di pesce, pasta sfoglia e ciambelle, a Palermo si complimenta per gli ortaggi, la lattuga, il manzo e il pesce tenerissimo. È l’enoturista ideale, attento al vino e a tutto ciò che c’è intorno, vive la dimensione del viaggio come un’esperienza totalizzante, che accende i sensi e ti porta a camminare tra i filari, ad ascoltare le storie dei vignaioli, a stupirti dell’armonia dei loro vini, ma anche a conoscere l’arte e la cultura che rendono unico ogni territorio, attraverso musei, opere d’arte, cantine, caseifici, acetaie. L’Enoturismo è un asset importante per il nostro Paese, complementare al mondo del wine food, ma potrebbe esserlo molto di più. Un comparto che oggi vale 3,1 miliardi, ed equivale al 21% del totale fatturato generato dal settore vitivinicolo in Italia, un’efficace leva di sviluppo per le nostre imprese vinicole, con importanti ricadute, un enorme potenziale di crescita e qualche positivo segno più. I dati appena pubblicati confermano una beneaugurante crescita del 4,5%, pur considerando che i turisti europei, di questi tempi, scelgono l’Italia, anche perché sono meno propensi, a viaggiare verso mete extra europee. E allora cerchiamo di capire. In che condizioni versa l’Enoturismo del Belpaese?

Follador

Dal suo osservatorio privilegiato, lo abbiamo chiesto ad Alessandro Rossi, National Category Manager Partesa, un’importante società specializzata nei servizi di vendita, distribuzione, consulenza e formazione per il canale Ho.Re.Ca., attiva da 37 anni, in 15 regioni d’Italia. “L’Enoturismo, l’incoming e l’andare a scoprire le aziende, è sempre stato un metro di espansione della categoria, verso il consumatore privato. Tuttavia fin dai primi tempi, quando nascevano le Strade del vino, la prima idea di Enoturismo, non venne gestita come avrebbe dovuto, le persone che conoscevano il vino, andavano a visitare una cantina che già conoscevano nel bicchiere, per approfondire ancora di più. Poi tra la fine degli anni ’90 e gli inizi anni 2000, abbiamo assistito a un cambiamento epocale di straordinaria portata, che era già iniziato negli anni ’80, dove il denominatore comune non era più l’italiano ma l’estero. Se l’Enoturismo oggi esiste in Italia, è per una precisa richiesta del pubblico americano e inglese, perché quello tedesco e olandese che frequentavano già l’Italia dagli anni ’60 e ’70, era un turismo di appartenenza, in larga parte balneare. I Super Tuscan, sono stati importantissimi per questo processo e hanno dato il via al mercato americano, sviluppando un concetto di Enoturismo che voleva scoprire il territorio, la buona cucina e soprattutto il mondo del vino”.

Ronco dei Tassi

E oggi quali sono le prospettive? “L’Enoturismo diventerà fondamentale per avvicinare le nuove leve, perché l’experience è diventata la pratica e il concetto avvicinante nel mondo dei giovani, il vino diventa un di cui, dell’ottimo rapporto che tu hai con la regione, la zona, il Paese, il cibo. Non è più il vino che traina l’Enoturismo, ma viceversa è l’Enoturismo che traina verso il mondo del vino, si sono invertite le parti”. La regione capofila è sempre stata la Toscana e nella Penisola vi sono aree a più velocità, ma le aziende sono pronte? “Assolutamente no. Prendiamo ad esempio il mercato americano. Le cantine statunitensi hanno il 30% del fatturato, che arriva dalla vendita diretta, analogamente alle cantine sociali altoatesine, che hanno una forbice che va dal 15 al 20%, dove il concetto di vendita diretta ed experience, sta diventano qualcosa di importante, non è più solo, vieni ti faccio degustare in una stanzina angusta, dentro un castello in Toscana, ma ti creo l’esperienza in un Museo multimediale, dove hai l’opportunità di poter assaggiare tutti i vini, però a pagamento. Se però tu mi chiedi quante aziende da zero a cento, sono attrezzate a fare questo, ti rispondo il 3%. Una percentuale ancora molto molto bassa, perché non c’è investimento sul personale e sull’accoglienza, che viene vista solo come un costo”.

Durin

Possiamo sperare in un cambiamento, ispirato dai giovani? “Sono fiducioso che le nuove generazioni, una volta prese le redini delle cantine dei genitori, abbiano un’attenzione differente verso questi temi, in base alle esigenze che loro stessi vorrebbero esaudire e credo che dovranno farsene carico, per sopravvivere”. E la Comunicazione nell’agroalimentare e nel vino? “È un elemento fondamentale, ma occorrono strumenti moderni per raccontare le nostre eccellenze, a partire dall’aeroporto dove scendono i turisti, non c’è nulla che racconti le produzioni enogastronomiche di cui siamo cosi fieri e che sappiamo hanno un appeal cosi performante verso il turismo”.

Cascina Corte

La connessione fra ristorazione e vino è migliorabile? “Alla fine degli anni ’90 inizi anni 2.000, apriva un wine bar dietro l’altro e non potevi non avere un bicchiere di vino in mano, andavi nei ristoranti più per bere che per mangiare e il locale lo sceglievi per la carta dei vini che aveva, oggi no. E se il vino è tornato ad essere consumato nella maggior parte dei casi nei ristoranti, le nuove generazioni vanno nei ristoranti stellati top, per fare un’esperienza una volta sola e le altre cinque vanno a cena in trattorie che avevano snobbato fino ad anni prima. C’è un ritorno alla tradizione, all’esaltare il vino locale che nasce in quella data zona, per quel tipo di piatto”.

Gianni Doglia

Quale potrebbe essere, secondo lei il contesto ideale? “Vorrei dal mondo del vino, che le nuove generazioni, avessero un accesso economico privilegiato. Se sei sotto i 25 anni, dovresti avere un prezzo particolare, almeno sugli entry level, sui vini tipici regionali che ti avvicinano alla storia che oggi ti manca, perché non c’è più la famiglia. Secondo, vorrei che venisse valorizzata sempre di più la regionalità, all’interno delle trattorie storiche e di quelle contemporanee, perché è con i vitigni storici e soprattutto con i mono vitigni, che capisci esattamente che cosa è un vino, i blend fanno fatica oggi a sfondare, ci possono essere alcuni tagli bordolesi, ma io voglio assaggiare il Sangiovese in purezza, il Verdicchio in purezza, la Garganega in purezza, voglio avere accesso a quella che è la storia di questi vini. Noi siamo un popolo esterofilo, con carte dei vini medio alte, e un 35% di vini francesi o di altre nazioni, vorrei che l’Italia fosse rappresentata al 90% e ci fosse il 10% di vini stranieri, per valorizzare ancora di più il nostro Paese”.

 

partesa.it

 

Cover: Alessandro Rossi