DANIEL GONZÁLEZ. THE INVENTED REALITY

Quanto ci costa oggi dire “grazie”? E quando abbiamo pronunciato l’ultima volta un “ti amo”? Attorno a queste parole, che affiorano sulle superfici cangianti del mylar e che solo in apparenza sembrano semplici, si sviluppa la riflessione poetica di Daniel González. Parole che vibrano, riflettono la luce e l’ambiente, si muovono e si ricompongono al passaggio dell’aria, restituendo allo spettatore la sensazione di appartenere a un tempo sospeso, in cui anche il gesto più piccolo può trasformarsi in celebrazione.

Daniel Gonzalez, Hot Stuff (2025). Mylar tagliato al laser, cucito a mano su tela, 200×150 cm. Courtesy Lungarno Collection

Una celebrazione intesa, come spiega l’artista “come dimensione in cui la vita quotidiana si sospende per dare spazio all’incontro, alla leggerezza, alla festa”. E del resto la festa citando il filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer, “è la presentazione della comunità stessa nella sua forma più compiuta”.

Daniel Gonzalez, Silence Fuxia (2025). Mylar tagliato al laser cucito a mano su tela 100×100 cm. Courtesy Lungarno Collection

Queste opere sono oggi protagoniste della mostra The Invented Reality, curata da Valentina Ciarallo, inaugurata il giorno del Thanksgiven (scelta non casuale), fino a maggio 2026 nella hall e nella Library del Gallery Hotel Art di Firenze, parte della Lungarno Collection e primo design hotel in Italia concepito per unire arte e ospitalità. Progettato nel 1999 dall’Architetto Michele Bonan, è una galleria d’arte contemporanea: nel tempo le sue sale hanno visto il passaggio delle opere di Steven Klein, David LaChapelle, Lise Sarfati, Hans Van DerMeer, Eliott Erwitt fino ad Andy Warhol.

Daniel Gonzalez, I love you (2024). Mylar tagliato al laser, cucito a mano su tela, 150×200 cm. Courtesy Lungarno Collection

La forza del lavoro di González risiede nella sua capacità di restituire dignità e solennità a parole e oggetti che spesso bolliamo come cliché, distratti dalla velocità con cui il tempo scorre e tutto sembra scivolare nell’insignificanza. Che cosa può allora arrestare questo processo? Per rispondere, González abbraccia la teoria relazionale di Nicolas Bourriaud e concepisce l’arte come mezzo per celebrare e, al contempo, sovvertire la razionalità produttiva. Così l’artista crea momenti di intensa concentrazione sul dettaglio, invitando la collettività a osservare il mondo con maggiore attenzione, a ricercare gentilezza e presenza: una pratica che trasforma lo spazio espositivo in un luogo di connessione emotiva. Tutta la produzione di Daniel González, artista argentino con una importante carriera internazionale tra mostre, biennali e progetti tra Argentina, Europa e New York, ruota attorno a questa visione.

Daniel Gonzalez, Thank You (2024). Mylar tagliato al laser, cucito a mano su tela,150×200 cm. Courtesy Lungarno Collection

Le sue installazioni architettoniche effimere e i progetti site-specific, tra cui il recente Golden Gate al Cimitero Monumentale di Bergamo per Contemporary Locus 17, ne sono una testimonianza. La mostra The Invented Reality porta al centro opere che, per citare ancora Bourriaud, sono “micro-utopie quotidiane” e restituiscono alla parola il suo potere originario di contatto e condivisione. Accanto ai testi compaiono anche oggetti d’uso comune, come i barattoli in latta reinterpretati nei Flower Pots, trasformati attraverso un minuzioso lavoro manuale di ricami in perline e paillettes, con slogan lirici e ironici: “Valium reality sucks”, “Alive multivitamin”, “Chivas Regal”.

 

 

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