THE SUIT LAB, MOMENTI FINE DINING A TORINO

A Torino mancava uno spazio che facesse della cucina un laboratorio di eventi di alto profilo. Situato al terzo piano di Green Pea, nel quartiere Lingotto, è gestito da TO BE Events dal 15 giugno 2026: una narrazione del mondo enogastronomico in cui si inserisce il format “Fuori Menu”, un calendario di guest gastronomiche che lo scorso 20 ottobre ha visto la cucina di Francesco Sodano protagonista. Una bella occasione a un prezzo accessibile per scoprire la cucina bistellata del ristorante della Famiglia Rana.

Un talento dall’animo gentile che definisce la sua cucina “d’avanguardia, e che non ha perso il dialetto”. Il suo obiettivo è realizzare piatti sorprendenti quanto familiari. “Ho scelto di cucinare con il tempo come ingrediente. Fermentazioni, ossidazioni, frollature: sono strumenti per scavare nella profondità del gusto. Non mi interessano gli effetti speciali, ma il suono di una materia prima che cambia, evolve, racconta. Il segreto del successo? Non credo che esista: è la voglia insaziabile di crescere, di fare bene e meglio di ieri, che ti porta a fare qualcosa di concreto”.

Francesco Sodano

Classe 1988, Sodano è nato a Somma Vesuviana (Napoli) ed è figlio di ristoratori. Allievo di Oliver Glowig e Anthony Genovese (il Pagliaccio), è stato head chef al Faro di Capo d’Orso a Maiori, sulla Costiera amalfitana. A febbraio 2027 saranno tre gli anni alla guida del Ristorante Famiglia Rana a Vallese di Oppeano (Verona).

In cucina troviamo piatti che uniscono l’Italia e l’Oriente, tra tecniche e gusti asiatici applicati su materia prima campana e veneta. Tra i punti di forza, la maturazione e le fermentazioni fatte in casa. Per lo chef la cucina deve essere comprensibile, buona per tutti, non solo per chi ha una base di conoscenza tecnica: il fine dining deve essere trasversale, a un commensale non deve essere richiesta una laurea in Scienze alimentari.

Tra i signature di Sodano, il finto nigiri è forse il piatto più “concettuale” del percorso: una nobilitazione del risone, interpretato come un riso da sushi con saké, aceto di riso, poi shiso verde e ventresca di tonno frollata 50 giorni, emulsione di rafano. Un gusto lunghissimo e fuso, in cui non sai dove inizia la parte dolce e inizia quella umami e salace. La Capasanta con prosciutto invece gioca su una consistenza un po’ budinosa, lavorata con prosciutto di Parma stagionato 24 mesi: dolce e salato assieme.

Porro tra fumo e cenere è tra i piatti del cuore, quello che lui stesso indica come legato alla memoria; si ispira a un sapere antico, a una tecnica ancestrale, nasce da un ricordo e diventa contemporaneo. Nasce dall’infanzia campana, dalla nonna che usava il braciere di rame per scaldare casa e, spenta la brace, ci cuoceva cipolle, patate e carne. Qui il porro viene arrostito e servito con composta di limoni, maionese al cipollotto, battuto di fagioli neri, aglio nero e una cenere edibile ottenuta bruciando gli scarti di cipolle, porri e scalogni — una polvere grigia che sprigiona affumicatura. Risotto tra la Costiera e l’Oman è invece un piatto dalla persistenza citrina progressiva che incontra il dolce dell’amido; il gusto si protrae grazie al brodo dashi partenopeo, in cui vengono sostituiti aglio, kombu e katsuobushi con alici e lattuga di mare. Il dolce è probabilmente il piatto che meglio omaggia la natura: Miele nasce con le api della valle che circonda il ristorante, che consegnano un miele millefiori di grande equilibrio che diventa un gelato denso, presentato con un miso di polline in un crumble croccante dalla nota sapida, bilanciata dall’acidità di un idromiele.

 

 

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