CANTINE ROMAGNOLI, STORIA DI VIRTÙ, PASSIONI E DESIDERI

Ah, lo champagne!” Sogni o desideri?

L’interrogazione mentale, tra pathos e logo, è dell’Ingegner Romagnoli che nel piacentino è stato tra i primi ad avviare un’azienda vinicola con un obiettivo preciso: soddisfare i propri desideri esaltando le virtù del terroir. Una figura centrale per la città di Piacenza, capace di costruire la sua storia e portarla sino a noi oggi, ispirandosi alla bolla più prestigiosa al mondo, lo Champagne.

Un oro nero del gusto che, come tutte le passioni, ha un prezzo e merita approfondite ricerche e sviluppo. Ebbene, il progetto prende vita con l’importazione di barbatelle di Pinot Noir e Chardonnay per rifondare la realtà acquisita e già attiva dal 1897. Radicale la trasformazione della struttura esistente, della cascina agricola con le stalle e gli ambienti per i fattori, che viene integralmente dedicata alla produzione vitivinicola.

La vocazione dei terreni, dalle spiccate acidità, consegnano le chiavi per accedere a un percorso che forse ha peccato di troppa poca pazienza, elemento fondante dell’arte del Metodo Classico che risulta vincente quando abbinata alla costanza. E ovviamente alla progettualità e solidità, caratteristiche, queste ultime, presenti nel ricco costruttore Romagnoli che già negli anni novanta parlava, a Piacenza, di zonazione dei vigneti e di vinificazioni parcellari.

E sul più bello del racconto la storia si interrompe. Avviata la produzione e creato il posizionamento, l’azienda viene abbandonata per vent’anni sino al felice arrivo, nel 2012, della famiglia Bertola. Anch’essi amanti degli spumanti, per la loro realizzazione si affidano all’expertise della famiglia Perini, storico produttore dell’areale.

Dopo qualche fase di rodaggio il giovane enologo Alessandro Perini, forte delle sue esperienze da Antinori e in Nuova Zelanda, prende coraggio e dichiara alla famiglia la volontà di farsi carico in toto della Romagnoli. Un messaggio arrivato da un satellite del passato o chissà… ma per lui far rivivere la storia di Romagnoli è un desiderio, non un sogno, altamente realizzabile.

Cantine Romagnoli oggi è un cantiere a cielo aperto, è bene avviata la collaborazione con lo Studio agronomico SATA, tre ettari dei quarantaquattro di proprietà sono appena stati interamente rinnovati e ancora più preziose sono le opere di ammodernamento, in via di definizione, dei locali di vinificazione, affinamento (magazzini a temperatura controllata) e della lounge per gli ospiti. Il tutto è sempre rivolto alla sostenibilità: pannelli fotovoltaici e approccio bio in tutte le fasi produttive. Investimenti importanti che a bilancio pesano quasi il doppio del fatturato annuale.

Ritornando a un passato, indelebile, Alessandro, oltre a doversi interfacciare con il talento dei suoi terreni rossi e ricchi di minerali ferrosi, tra i 190 e i 230 metri di altezza, al suo arrivo ha dovuto fare i conti con un piccolo tesoretto: magnum del 1999 e 500 bottiglie del 2007, mai presentate al mercato.

E da qui, dopo il sogno di aprirle, è arrivato l’impulso e l’energia, che lo spinge tutt’oggi, a lavorare per migliorare e perfezionare queste cuvée nascoste nel silenzio. Quell’Oro nero Romagnoli che ha ancora qualche parola da dire… Con l’obiettivo di arrivare a 100.000 bottiglie, al momento oltre alla produzione di Barbera, Bonarda, Ortrugo, Malvasia, si pone l’accento sulle basi per gli spumanti: Pinot Nero e Chardonnay.

Nei protocolli di vinificazione c’è massima attenzione alla lavorazione dei mosti ricchissimi in calcio, (un timbro caratteriale nei vini a nostro avviso) a cui seguono fermentazioni malolattiche parziali e passaggi in legno (20%), come nel caso del Metodo Classico Il Pigro Dosaggio Zero 2016, 65% di Pinot Noir e 35% di Chardonnay. Novemila bottiglie prodotte per un costante effluvio di acidità, aromi dolci, di pesco, infallibile nel suo corpo, già ampio, che esplode proprio per l’accompagnamento eseguito da una strategica nota boisé messa in atto per donare personalità e longevità. Una cuvée nata in vigna, dopo la comprensione dell’equilibrio raggiungibile già in pianta che consente l’ottenimento di una dolcezza naturale e figlia dell’annata. In generale l’abbassamento dei dosaggi e il prolungamento dell’affinamento in vetro c’è anche nelle altre cuvée della linea “Il Pigro”. In quella d’ingresso, il Metodo Classico Il Pigro Brut 2017 (70% Pinot Noir, 30% Chardonnay e 8 grammi l/t di dosaggio), la barriera della mineralità si cerca di contrastarla con il dosaggio, ma ciononostante la beva è ferma, autorevole e mirifica dei suoli. L’acidità e gli agrumi si fanno più docili quando incontrano i sapori di piccole bacche selvatiche.

 

Metodo Classico Il Pigro Rosé 2016

92/100

Ad un anno esatto dalla sboccatura, i 30 mesi sui lieviti e una leggera macerazione del Pinot sulle bucce, ritornano in un color cipria elegantissimo. C’è aroma di canfora, fiori secchi e spezie dolci, come un viaggio in oriente su una barca di sale da cui non scendere mai, se non per accompagnarci ostriche o foie gras. Mah, cosa si diceva? Sogni o desideri? Qui c’è l’evoluzione del sogno di Romagnoli e uno (dei primi) desideri realizzati da Alessandro. La ricerca stilistica è più approfondita rispetto alle altre cuvée della gamma, lo studio di un corpo sì asciutto ma morbido, è evidente. Un’accoglienza al gusto che inganna il tempo, la stretta acido-tannica la vorresti apprezzare ancora di più, assieme al gusto già consistente. Ma a questo ci penserà un secondo sorso.

 

 

cantineromagnoli.it