HIROMI CAKE: IL PARADISO PER CHI NON AMA I DOLCI

Lo so, sembra una contraddizione quella di raccontare una pasticceria con tali presupposti. Eppure è esattamente così e non è cosa semplice conquistare un palato non avvezzo alle leccornie di fine pasto, una sorta di battaglia con l’esito già chiaro.
Ma la pasticceria giapponese è proprio un altro affare che non ha nulla a che vedere con i vari tentativi che si trovano in giro qua e là di dolci in stile orientale. Unica e appagante è la soddisfazione di addentare il primo mochi arrendevole e non gommoso, con quel sapore neutrale che lascia tutta l’esperienza iniziale al palato, permettendo alla sofficità di prendersi il suo tempo prima che il ripieno di fagioli azuki lasci scivolare sulla lingua una piacevole sensazione zuccherina a concludere il boccone.

Fagioli, riso, soia, patate dolci, sesamo sono gli ingredienti base di queste preparazioni il cui risultato è rigore e leggerezza; Hiromi Cake il luogo ideale per un’esperienza nuova. Il nome nasce dai ricordi di infanzia di Machiko Okazaki, l’ideatrice del progetto. Da piccola, sotto la sua casa di Osaka, c’era una minuscola pasticceria dove passava ogni giorno perché un’anziana signora di nome Hiromi le regalava un dolcetto ed un sorriso ogni giorno. Machiko ha voluto così rivivere quel bellissimo ricordo con questo progetto, prima a Roma poi a Milano.

All’interno della pasticceria dai toni turchesi si trovano i tradizionali wagashi, dolci tipici della tradizione giapponese che solitamente vengono serviti durante la cerimonia del tè. Parliamo di daifuku mochi e dorayaki: i primi sono costituiti da riso glutinoso tritato e pestato fino ad ottenere una massa elastica al cui interno è deposto un ripieno, solitamente di marmellata di azuki. Il rituale per la preparazione, detto mochitsuki, prevede una grande coordinazione di coppia perché, dopo aver messo a bagno e cotto il riso, viene pestato in un mortaio con un martello in legno chiamato kine e contemporaneamente rigirato e bagnato in modo ritmico per non far attaccare la massa. È bello pensare a questo momento della tradizione, ora utilizzato principalmente per le cerimonie, mentre si addenta un boccone di memoria. Il dorayaki invece è composto da due strati simili a pancake (fino al 1941, anno in cui venne modificato da Ueno Usagiya, l’impasto prevedeva un solo strato) farciti all’interno da marmellata di azuki o numerosi varianti. Da assaggiare assolutamente i Dorayaki Hojicha, un the verde tostato dal sapore leggermente affumicato che viene lavorato con una sorta di mascarpone, e i Mochi con il ripieno allo Yuzu.

Influenza occidentale invece negli yogashi, ricette riviste con occhio giapponese, che sono apparse nel continente nei primi anni del Novecento. Arriva il pan di Spagna, la panna, una dolcezza più ricercata che ben si sposa con the macha, yuzu e umeshu. Un buon compromesso per chi desidera andare per gradi nella scoperta di sapori nuovi: coperta di Linus è la Cheesecake o la Millefoglie di crêpes al té matcha, intervallate da strati di panna ed al centro uno strato di marmellata di fagioli azuki. Quando il passo si fa più spedito vale la pena assaggiare l’Hiromi il cui guscio soffice è composto dalla castellana, l’impalpabile pan di Spagna giapponese; all’interno mousse di prugne e cuore di lampone. E per spiccare il volo? Per quel che mi riguarda la Yuzu tarte fa parte dei miei piccoli piaceri al cucchiaio, versione orientale della tarte au citron a cui ho venduto l’anima in tempi non sospetti, ma l’imbarazzo della scelta è una pista di decollo decisamente lunga.

 

hiromicake.it