BAR IS THE NAME: LA QUINTA STAGIONE

A quattro anni dall’apertura, Bar Is The Name entra in una nuova fase della propria evoluzione. Non un semplice cambio di carta, ma una ridefinizione più ampia del linguaggio attraverso cui il progetto costruisce la propria identità. Dopo avere lavorato per anni attorno a tre principi — provenienza, gusto e stagionalità — il locale sceglie oggi di abbandonare la lettura classica delle stagioni per seguire ritmi differenti, più vicini ai cicli della natura che al calendario. La primavera lascia spazio ai fiori, l’estate ai frutti, l’autunno alle foglie, l’inverno alle radici. Nasce così la “Stagione V”, un sistema che osserva la materia vegetale non come elemento decorativo, ma come matrice aromatica e narrativa. L’albero scelto come simbolo di questa nuova fase riflette bene la direzione intrapresa: qualcosa che cresce, cambia e si modifica nel tempo insieme al progetto stesso.

L’esperienza comincia già dal primo contatto con il tavolo. Il menù non si presenta infatti come una semplice carta, ma come un oggetto fisico pensato per introdurre il cliente a una lettura più ampia del locale. Vista, udito, olfatto, tatto e gusto diventano le tappe di una sequenza costruita con attenzione, senza eccessi teatrali ma con una coerenza molto precisa. Anche lo spazio segue la stessa logica. Il recente restyling ha reso l’ambiente più essenziale e ordinato, mantenendo però quell’immaginario sospeso tra Belle Époque e Nouveau che definisce il carattere del locale. Le vetrate colorate, i dettagli decorativi e persino le salopette del team cambiano insieme alle stagioni del progetto, come se ogni anno il luogo assumesse una forma leggermente diversa pur mantenendo la stessa identità. Dentro questa costruzione si inseriscono i nove cocktail della nuova carta, sviluppati seguendo un’unica grammatica visiva e gustativa: il fiore come riferimento simbolico e aromatico. Ogni drink prende il nome da un fiore e ne interpreta il significato attraverso ingredienti, profumi e struttura.

Fior di fragola

Sakura apre il percorso con una lettura più leggera e verticale. Codigo Silver, Patrón Silver, fiori di sakura, foglie di mora e tonica acidificata costruiscono un cocktail floreale e agrumato insieme, attraversato da una freschezza molto nitida. Con Fiore Fragolina di bosco il registro cambia completamente. Mezcal, granita di fragolina di bosco, sale, paprika e mentuccia lavorano su un equilibrio più materico, dove dolcezza, affumicatura e sapidità convivono senza mai irrigidirsi. Mimosa si muove invece su una dimensione più luminosa e morbida. Venturo aperitivo, limonata Galvanina, cera d’api, polline ed essenza di mimosa costruiscono un profilo aromatico delicato ma persistente. Più profondo Fiore di Prugno, dove Jameson Black Barrel, Angel’s Envy, umeshu, Martini Dry e incenso ai fiori di prugno danno vita a un cocktail più scuro e avvolgente, quasi meditativo.

Ylang ylang

Fiore di Sambuco mantiene una lettura più immediata del fiore in chiave aromatica. Tanqueray 10, St-Germain, fiori di sambuco freschi, gelato al sambuco e tonica Galvanina costruiscono un equilibrio cremoso e floreale insieme. Con Rosa il gusto torna su coordinate più nette e riconoscibili. Tanqueray 10, bitter Fusetti, Martini Rosso e rosa lavorano su una costruzione diretta, pulita, quasi classica. Geranio introduce invece una componente più fresca e speziata attraverso Altamura Martini, Italicus e geranio rosa, mentre Ylang Ylang si muove su una dimensione più eterea grazie all’incontro tra Champagne Mumm, Pimm’s, Amaro Locale ed essenza di ylang ylang. Chiude Fiore d’Arancio, probabilmente il cocktail più rotondo della carta: Flor de Caña 12 anni, Santa Teresa Rum, fiori d’arancio e mandorla, tonica acidificata e Martini Bianco costruiscono una bevuta più piena e avvolgente.

Fiore d’arancio

Nonostante la complessità dell’impianto, tutto sembra però voler evitare la distanza. Ogni drink mantiene infatti un aggancio riconoscibile, una memoria gustativa capace di accompagnare anche chi entra nel locale per la prima volta. È una scelta che permette alla ricerca di restare presente senza trasformarsi mai in esercizio. Accanto alla miscelazione, anche la proposta cucina segue la stessa idea di immediatezza controllata. La carta rimane essenziale, pensata per accompagnare il bere senza appesantirlo, ma introduce alcuni elementi che rafforzano ulteriormente il legame con il territorio. I tre set dedicati ai burritos — vegetale, pesce e carne — vengono sviluppati insieme a Davide Marzullo, Stefano De Gregorio e Simone Tascone, trasformando uno street food estremamente riconoscibile in qualcosa di più personale, senza perderne la dimensione conviviale.

Il progetto riflette inevitabilmente anche il percorso personale di Ambrogio Ferraro. Prima di Bar Is The Name non c’era infatti un’esperienza diretta nel mondo della miscelazione, ma oltre dieci anni trascorsi nell’ospitalità alberghiera tra Svizzera, Londra, Germania e Francia. La mixology arriva dopo, attraverso uno studio da autodidatta nato dalla volontà di costruire un luogo capace di portare in provincia un’idea diversa di accoglienza. Insieme a Manuel Catenazzi, Denise Deiana, Alberto Gnocchi e Andrea Carlone, Ferraro ha costruito negli anni una realtà che oggi si muove molto attraverso il passaparola, attirando un pubblico sempre più ampio anche da fuori provincia. Ed è forse proprio qui che Bar Is The Name trova il suo equilibrio più interessante: nella capacità di costruire un’identità precisa senza trasformarla mai in distanza.

 

 

baristhename.com

 

Cover: Alberto, Manuel, Denise, Ambrogio