ASTI E LA SUA BARBERA: VIGNE, STORIE E FUTURO

Non esiste luogo in Piemonte dove il vino sia più intrecciato alla vita quotidiana delle persone come ad Asti. Lo si percepisce appena si arriva, nel ritmo lento del centro storico, nei mattoni che scaldano le facciate delle case medievali, nell’odore dolce e minerale che proviene dalla collina. È una terra antica e concreta, attraversata da una cultura enologica che non è mai diventata moda, ma resta gesto quotidiano, memoria, identità. Quattro giorni di viaggio nel cuore del Monferrato e dell’Astesana sono sufficienti per capire quanto la Barbera sia, qui, molto più di un vino: è un linguaggio comune, un filo rosso che collega generazioni diverse, un ponte narrativo che oggi cerca di parlare ai giovani con parole nuove. Il Barbera Wine Festival, giunto alla sua seconda edizione, nasce proprio con questo obiettivo: raccontare l’evoluzione di un vitigno spesso dato per scontato, eppure sorprendentemente moderno. “La Barbera non è più quella che bevevamo vent’anni fa insieme ai nostri nonni” è una delle prime frasi che risuonano durante il talk inaugurale al Pala Crystal. Oggi la Barbera è un vino capace di evolversi, di restare popolare senza perdere profondità, di mantenere freschezza e bevibilità senza diventare banale. Un vino pop, appunto: “popolare” nella sua migliore accezione, facile ma mai semplice. Il festival si svolge ad Asti proprio per ribadire l’appartenenza territoriale di questo vitigno, in una provincia che ogni anno accoglie un milione e mezzo di visitatori mossi dall’enoturismo.

Il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato pone la sostenibilità al centro del proprio lavoro: sostenibilità economica, agronomica e sociale. Dal 1995 si pratica la lotta integrata, riducendo i prodotti nocivi; la base del sistema sono ancora le famiglie agricole, custodi di un mestiere che non ha mai tradito la terra. Il festival si apre con un confronto schietto e necessario: come parlare ai giovani? Una questione complessa in un mondo dove la comunicazione è veloce, frammentata, spesso guidata da linguaggi che gli addetti ai lavori non sempre sanno maneggiare. “I ragazzi non vogliono perfezione“, spiega Stevie Kim, figura di riferimento nella comunicazione internazionale del vino, intervenuta accanto a Cannavacciuolo, “vogliono sentirsi raccontati da voci perfettamente imperfette”. Antonio Cannavacciuolo, con la sua presenza magnetica e il suo pragmatismo da cuoco, osserva la trasformazione della materia prima negli anni: “Immaginate un mondo senza vino. Che vita sarebbe? Con una bottiglia celebriamo i compleanni, ci innamoriamo, affrontiamo i giorni difficili. Il vino è una cosa seria”.

Photo credits Irene Bastante

Cannavacciuolo ricorda come un tempo il vino in cucina serviva a mascherare odori indesiderati; oggi, invece, è un ingrediente che aggiunge, che dà profondità. Ma il punto centrale resta la comunicazione: “Il vino è diventato una specie di scudetto: un linguaggio difficile per un giovane che non ha ancora gli strumenti. Bisogna restituirgli emozione, non complicazione”. È questo il nodo centrale: non si conquista un ventenne dicendogli che qualcosa “fa male”, ma raccontandogli quali emozioni può dare. Le storie vincenti non devono essere campagne contro, ma narrazioni capaci di far vibrare una corda sensibile. Nei calici brillano Barbere giovani, freschissime, dal carattere acido che le rende irresistibilmente gastronomiche.

Photo credits Irene Bastante

Il viaggio tra le colline dell’Astesana porta a Roccaverano, un piccolo borgo dove il latte è protagonista, trasformato con cura in formaggi dal carattere unico. A raccontare la nascita del Consorzio Roccaverano, il presidente Matteo Marconi. Qui, in un territorio di confine, antiche pratiche agricole e forme di latte che possono maturare già dal quarto giorno fino a sei mesi, sviluppando sapori diversi a seconda della stagionalità. Le capre vengono munte due volte al giorno e il latte viene trattato con siero innesto per ottenere forme fresche o stagionate, sempre legate alla qualità della materia prima. Ogni forma richiede circa due litri di latte e la lavorazione dipende dalle stagioni: nei mesi estivi il latte contiene meno parte grassa, nei mesi freddi la resa aumenta, influenzando gusto e consistenza dei formaggi. Non lontano, alla Cascina Adorno, il legame con la natura è altrettanto evidente. Qui le capre e le mucche vivono in armonia con il territorio, nutrite con erba naturale e medica, e la produzione segue il ritmo della stagionalità. La famiglia, presente sul territorio dal 1600, racconta una storia di dedizione e cura, di una terra che un tempo ospitava molti vigneti e oggi custodisce latte e formaggi, simbolo di una tradizione antica ma sempre viva. Attraverso le visite emerge un filo comune: sostenibilità, cura per gli animali e il territorio, passione per la tradizione.

Photo credits Irene Bastante

A Castagnole Monferrato, Luca Ferraris accoglie i visitatori tra i filari e le sue cantine, raccontando l’evoluzione della sua azienda: dalla Ferraris 1.0, l’originaria, alla Ferraris 2.0 del 2001, quando ha preso le redini dell’attività di famiglia. Il Ruché, uno dei vini simbolo dell’azienda, sprigiona profumi intensi di frutta rossa e note più complesse, frutto di fermentazioni controllate e affinamento attento. La storia del Ruché è strettamente legata a Don Giacomo Cauda, parroco di Castagnole Monferrato negli anni Sessanta. Fu lui a riscoprire le vigne dimenticate del paese e a credere in un vitigno quasi estinto, vinificandone le uve e preservandone le caratteristiche uniche. L’intuizione di Don Cauda permise di salvare un patrimonio enologico che altrimenti sarebbe andato perduto: oggi, nelle mani di Ferraris, la “Vigna del Parroco” continua a raccontare questa storia. La cantina ospita anche il Museo del Ruché, un percorso che racconta la storia del vitigno, della famiglia e del territorio, e permette di vivere il legame tra passato e presente.

Photo credits Irene Bastante

Sempre a Castagnole Monferrato, la Cantina Montalbera legata alla famiglia Morando da tre generazioni e attualmente guidata dal Direttore Generale Franco Morando, nipote del capostipite, propone un percorso di degustazione che alterna vini freschi e giovani a annate più strutturate. Qui la produzione, seguite dall’enologo Nino Falcone, segue il ritmo della stagionalità e ogni vino racconta il terroir attraverso aromi delicati ma persistenti. L’affinamento avviene in anfore e botti di legno, consentendo ai vini di sviluppare profumi complessi, mentre le diverse annate rivelano l’interpretazione della Barbera e degli altri vitigni locali. Montalbera unisce tecniche moderne e rispetto della tradizione, con un occhio sempre attento alla sostenibilità e al legame con il territorio, producendo il 60% del Ruché di Castagnole Monferrato Docg. La Cantina dei Sei Castelli di Castelnuovo Calcea rappresenta un modello di cooperazione. Con 250 soci, il progetto integra arte, cultura e vino: i vigneti più vecchi, con ceppi di oltre 50 anni, danno origine a vini come il “Risveglio”, frutto di macerazioni a freddo e fermentazioni a temperature controllate. L’obiettivo è esprimere tannini eleganti, frutti rossi e note speziate, raccontando il territorio e l’esperienza di chi custodisce queste vigne con passione. Ovunque la cura della materia prima, la passione per il territorio e la volontà di trasmettere emozioni attraversano il vino. Ma il Monferrato guarda anche al futuro: ai giovani viticoltori, alla ricerca genetica sui ceppi storici, a nuovi progetti culturali e museali pronti a trasmettere la passione alle generazioni che verranno.

 

 

gowinet.it