Tenute Pacelli, Rinascimento Calabrese

A questo articolo è stato assegnato un prestigioso Premio (nella sezione Mestieri, imprese, prodotti) nell’ambito del primo concorso giornalistico Terre di Calabria, promosso dalla Camera di Commercio di Cosenza.

Un onore che vogliamo condividere con i nostri lettori, riproponendone la pubblicazione.

Uno speciale ringraziamento va al Presidente della Camera di Commercio Klaus Algieri e ovviamente alla Famiglia Pacelli, senza il cui calore e operoso impegno non avremmo potuto scrivere questo racconto. Un caro saluto va anche ai colleghi Maarten Van Aalderen e Federico Fioravanti, rispettivamente Presidente della commissione di valutazione e coordinatore del Premio.

E, infine, un pensiero speciale a una terra meravigliosa come la Calabria, ricca di umanità, cultura, bellezza e tesori enogastronomici straordinari. Una terra in parte ancora poco conosciuta, ma che in futuro, ne siamo certi, tornerà ad ispirarci emozioni e storie da raccontare.

Bruno Petronilli

 

Tecnicamente in una bottiglia di vino c’è moltissima acqua, un po’ di alcol etilico, varie tipologie di acidi, zuccheri, composti aromatici e fenolici, glicerolo, anidride solforosa e carbonica. Ma l’aspetto più straordinario di una bottiglia di vino è che, di tutte queste caratteristiche chimiche, personalmente non me n’è mai importato nulla. In una bottiglia di vino ricerco l’anima di chi l’ha prodotto: la sua bravura, la sua identità, la sua passione, la sua bellezza, e anche i suoi difetti. In poche parole la sua storia.

La mia di “storia” inizia una decina di anni fa, in un periodo molto difficile della mia vita. Ero in un desolante e angosciante albergo alle porte di Milano, a Rozzano. Mia madre era mancata da poco, la solitudine e il dolore acuiti dallo squallore di una camera disadorna e fredda. Il giorno dopo avevo un importante appuntamento di lavoro, ma sarei voluto scappare, tornarmene nella mia Umbria. Al culmine di una crisi esistenziale, poco prima di cena, presi il telefono e chiamai una collega che avevo conosciuto solo pochi giorni prima in un viaggio stampa. La nostra conoscenza era superficiale, ma lei mi aveva invitato a casa sua, se fossi passato per Milano. Le dissi che dopo una notte in quel posto proprio non sarei riuscito a sopravvivere e sarei impazzito. Mi rispose di prendere un taxi immediatamente e di andarmene subito da lì.

Ho trascorso due giorni indimenticabili, assieme a lei, a sua sorella, ai suoi amici. Mi hanno offerto affetto, amicizia, calore. Con una genuinità disarmante.

Quelle persone meravigliose si chiamano Laura e Carla Pacelli.

Da allora ho stretto un’amicizia profonda con le sorelle Pacelli. Abbiamo la fortuna di incontrarci spesso, di condividere momenti felici e spensierati. Di ridere, di scherzare, di parlare anche di cose serie. Certo è che la sensazione che provai in quel primo incontro rimane indelebile. Ancora ricordo Carla intenta con ostinazione a tamburellare sulla sua batteria. E Laura con il suo sorriso dolce, che mi leggeva negli occhi il tormento interiore.

Emozioni che ti forgiano la personalità, che vai a ricercare in ogni frangente della tua vita. In tutte le cose, anche le più apparentemente banali. E che alla fine riesci a ritrovare, quando meno te lo aspetti. Come pochi giorni fa, nel momento in cui ho versato nel mio bicchiere un vino molto particolare. E’ una bollicina, da uve Riesling, si chiama Zoe. Ed è prodotta in Calabria proprio dalle sorelle Pacelli. Un vino materico, intenso e vero. Esuberante, intrigante e amabile. Ma anche tagliente, vibrante, ricco. Non è difficile innamorarsi di Zoe, perché dietro l’etichetta c’è un mondo molto privato, in cui, seppur in minima parte, sento di appartenere.

Le Tenute Pacelli si trovano a una cinquantina di chilometri da Cosenza. Siamo vicino a Malvito, al centro di una campagna generosa e aspra. E’ ricca di frutti quella terra, di tradizioni, di autenticità, di spiritualità. A ovest la costa tirrenica ostenta un mare incontaminato dall’alto di sbalorditive coste frastagliate alternate a spiagge caraibiche, a nord tutta la natura del Parco del Pollino, poi un po’ più in là, ad est, lo Ionio. E a sud il dominio assoluto della Sila.

Non solo natura, qui albergano una miriade di piccoli borghi dal fascino senza tempo. In poche decine di chilometri ecco Civita, Altomonte, Oriolo, Morano Calabro, Fiumefreddo Bruzio, Aieta. Piccoli scrigni di bellezza, talvolta arroccati su colline scoscese, con le case strette le une alle altre, che governano campi coltivati, vigneti e uliveti. Un patrimonio di cultura che a detta di molti rimane troppo spesso chiuso, silenzioso, celato nel proprio intimo. Un’abbondanza di risorse, soprattutto umane, che stenta a urlare la propria virtù al mondo.

Per fortuna anche le monadi più inviolabili spesso hanno una frattura nascosta. E basta poco per aprirle e far fuoriuscire un piccolo rivo, che può trasformarsi in un fiume impetuoso.

Le Tenute Pacelli sono un pezzo di storia del territorio: il Casino di Caccia dei Baroni La Costa, un’antica dimora risalente alla fine del 1700, con le sue quattro torri merlate e i suoi vigneti. Il vino è sempre stato prodotto per se stessi, senza fini commerciali. Era il gusto a dettare le scelte, ed ecco perché accanto a Magliocco e Calabrese troviamo anche il Barbera, il Merlot, il Cabernet. Nel 2009 Francesco, il papà di Laura e Carla, decide di dare una svolta. Inizia una nuova era, nella Doc Terre di Cosenza nasce un’azienda con una mentalità moderna. Cura in vigna e in cantina, un’agricoltura che rispetta la natura, di carattere biologico. Si decide di esaltare il territorio e la propria storia, puntando sull’originalità, e a palcoscenici al di fuori degli angusti confini locali. Accanto a Francesco e alla moglie Clara, due persone accomunate dalla medesima e ferrea volontà di far bene, nel 2014 si uniscono le figlie. Saranno loro a raccontare i vini Pacelli in giro per l’Italia, in mille degustazioni, in innumerevoli occasioni conviviali. E dalla Calabria, passando per Milano dove Carla e Laura vivono, il successo arriva presto.

I vini delle Tenute Pacelli sono come loro, passionali, identitari, autentici. Traggono la linfa vitale dalle proprie origini, ma adottano un linguaggio cosmopolita, diretto, comprensibile: l’idea di Francesco di piantare Riesling in provincia di Cosenza è, a detta di tutti, una follia. Invece è un’illuminazione esemplare, che non nasce da un capriccio momentaneo, ma da un attento studio del terreno. Le buone intuizioni sono testimoniate dal Pauciuri, da uve Barbera e Cabernet, o dal Tèmeso, da uve Magliocco e Calabrese: vini dal profilo acuto e autorevole, così spaventosamente ancorati a quella terra, eppure così evoluti, suadenti, piacevoli.

E’ questa la via più efficace per raccontare un territorio e per celebrarlo: esportare la propria idea, attraverso un verbo universale come il vino. Poi magari ti incuriosisci. E fai il percorso inverso.

Oggi attorno alle Tenute Pacelli è nato un “piccolo rinascimento calabrese”. Ti svegli una mattina nelle accoglienti camere della tenuta, in Contrada Rose, e ti coglie irrefrenabile il desiderio di andare in giro a curiosare, di assaporare le meravigliose castagne di Sant’Agata, di gustare i vini di quell’altra azienda di cui si parla un gran bene, Cantine Viola, a Saracena, anche qui due fratelli. Magari di scoprire la bravura e la modernità di uno Chef come Gennaro di Pace, dell’Osteria Porta del Vaglio sempre a Saracena. Oppure il talento gourmet di Antonio Biafora, a San Giovanni in Fiore. O inerpicarti sui tornanti della Sila, fino a Camigliatello, per conoscere un fenomeno di 24 anni, Emanuele Lecce, che cucina come se la sua Tavernetta fosse in centro a Milano.

Hanno una caratteristica in comune i protagonisti del rinascimento calabrese, se piccolo o grande lo vedremo in futuro.

Sono tutti giovani. Ma non hanno la memoria corta.

Amano la propria terra. La sanno leggere.

E la sanno raccontare.