NABUCCO, LA RINASCITA NEL PIATTO
Via Fiori Chiari, nel centralissimo e iconico quartiere di Brera a Milano, è zeppa di locali e ristoranti, tutti o quasi legati alle tendenze del momento. Un elegante strada zeppa di vita, suoni, vociare di giovani e meno giovani indissolubilmente legati, come la più parte delle proposte gastronomiche, a un lifestyle del tutto contemporaneo. Ma qui si trova anche Nabucco, da quasi cinquant’anni un punto di riferimento per la ristorazione milanese e per il suo legame privilegiato con il vicino Teatro alla Scala.

Nasce tutto negli anni 70, il locale si chiamava il Soldato d’Italia, fino a quando cambia nome e viene ribattezzato Nabucco, omaggio a Giuseppe Verdi, per la volontà del tenore scaligero Zingrilli; diventa quindi meta per artisti, musicisti e appassionati di opere e musica classica. In verità gli ultimi anni non furono facili; la location, anche a causa di una ristrutturazione che ne aveva snaturato l’anima, si era proposta con una cucina gourmet non in linea con la meneghinità del quartiere.

Riso al salto con crudo di Langhirano

Cotoletta con l’osso
Si arriva quindi a un rilancio intelligente e attentamente pensato, quello di una gastronomia del nostro paese e, soprattutto, sincera cui si unisce un restyling realizzato all’insegna del recupero dell’atmosfera calda e conviviale delle origini, grazie alla valorizzazione dei richiami alla Scala e all’opera. Il menù (non sono mai troppe le proposte alla carta, buon segno) parla italiano, in dialogo tra Milano e il Mediterraneo, con un pizzico di Campania (lo chef Enzo Nappi vanta natali di lì) nei sapori. Dal Risotto alla milanese con ossobuco e riso al salto (notevole), alla Cotoletta con l’osso, fino ai Mondeghili della tradizione, al Vitello tonnato e al Gran fritto di mare, Nabucco riporta in tavola i grandi classici della cucina lombarda e nazionale, alleggeriti nelle cotture e nei condimenti, ma mai “deboli”.

Arancino ripieno di ossobuco

Millefoglie di melanzana con salmone marinato e provola affumicata
Non mancano slanci creativi per nulla fuori luogo come l’Arancino ripieno di ossobuco, la Cacio, pepe e mare con crostacei e molluschi, la Millefoglie di melanzana con salmone marinato e provola affumicata (di notevole equilibrio), che rispecchiano l’esperienza internazionale dello chef (un passato all’Osteria del Binari, al Bistrot Santini e al ristorante Santini) senza mai tradire la riconoscibilità dei sapori. I tempi, i ritmi e la qualità del servizio, come del resto la mise en place, sono coerenti con l’identità di cucina e locale, così come lo sono i dolci (pochi ma buoni) e la cantina, che punta molto, quasi tutto, su eccellenti referenze del nostro paese.